{"id":1944,"date":"2019-11-02T16:06:59","date_gmt":"2019-11-02T16:06:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pophistory.it\/?p=1944"},"modified":"2019-11-02T16:08:08","modified_gmt":"2019-11-02T16:08:08","slug":"dallalto-isontino-alla-carniola-un-percorso-tra-prima-e-seconda-guerra-mondiale","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.pophistory.it\/new\/placetobepop\/dallalto-isontino-alla-carniola-un-percorso-tra-prima-e-seconda-guerra-mondiale\/","title":{"rendered":"Dall&#8217;Alto Isontino alla Carniola: un percorso tra Prima e Seconda guerra mondiale"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section bb_built=&#8221;1&#8243; admin_label=&#8221;section&#8221;][et_pb_row admin_label=&#8221;row&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243;][et_pb_post_title admin_label=&#8221;Titolo del Post&#8221; title=&#8221;on&#8221; meta=&#8221;on&#8221; author=&#8221;off&#8221; date=&#8221;off&#8221; categories=&#8221;off&#8221; comments=&#8221;off&#8221; featured_image=&#8221;off&#8221; featured_placement=&#8221;below&#8221; parallax_effect=&#8221;off&#8221; parallax_method=&#8221;on&#8221; text_orientation=&#8221;left&#8221; text_color=&#8221;dark&#8221; text_background=&#8221;off&#8221; text_bg_color=&#8221;rgba(255,255,255,0.9)&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221; title_font_size=&#8221;40px&#8221; title_text_color=&#8221;#8300e9&#8243; \/][et_pb_text admin_label=&#8221;Testo&#8221; background_layout=&#8221;light&#8221; text_orientation=&#8221;left&#8221; text_font=&#8221;|||on|&#8221; text_font_size=&#8221;18&#8243; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>di Andrea Oldani<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][et_pb_text admin_label=&#8221;Testo&#8221; background_layout=&#8221;light&#8221; text_orientation=&#8221;left&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221;]<\/p>\n<p>Cividale del Friuli, estate 2019. Questa volta, a differenza del longobardo Alboino, la nostra meta non \u00e8 l&#8217;Italia bizantina, bens\u00ec la Slovenia. Seguiamo le indicazioni per il paesino di Kobarid, ben pi\u00f9 noto in italiano con il nome di Caporetto. Non \u00e8 cambiato molto rispetto alla descrizione che ne diede Hemingway in <em>Addio alle Armi<\/em> di &#8220;quattro case con una chiesa dal tetto rosso&#8221;: le case sono aumentate un po&#8217; ma il paese non arriva nemmeno a 1200 abitanti. Avvertiamo immediatamente questo iato tra le sue dimensioni attuali e l&#8217;alone carico di significato negativo che la ammanta e forse ci sentiamo un po&#8217; delusi. Com&#8217;\u00e8 possibile che un paese cos\u00ec piccolo possa ancora oggi avere un impatto cos\u00ec forte sull&#8217;opinione comune italiana? Com&#8217;\u00e8 possibile che questa valle lussureggiante, attraversata dallo smeraldino Isonzo, possa essere il simbolo, al pari forse dell&#8217;8 settembre, della <em>debacle <\/em>di un&#8217;intera nazione?<\/p>\n<p>Decidiamo di scoprirlo recandoci in visita al Museo di Caporetto, collocato dietro il nostro B&amp;B. Veniamo accolti dalla cortesia tipica che contraddistingue il popolo sloveno e gli addetti alla biglietteria ci invitano a vedere un documentario di circa 15 min in italiano sulla Battaglia di Caporetto. \u00c9 senza ombra di dubbio il miglior modo per comprendere il contenuto dell&#8217;esposizione permanente del museo assieme al contesto che port\u00f2 alla disfatta italiana del 24 ottobre 1917 e la ritirata delle settimane seguenti. Terminata la proiezione saliamo al primo piano dove ci aspettano: la Sala del Monte Nero con un plastico che mostra le diverse linee di difesa austriache e italiane con le loro intricate trincee; la Sala Bianca incentrata sulle precarie condizioni di vita al fronte dei soldati tra reperti fotografici e archeologici; la Sala delle Retrovie, parola che evocava nella mente dei combattenti riposo, quiete e fine della paura; e, infine la Sala Nera con le sue crude foto della morte in trincea. Al secondo piano, invece, il corridoio centrale \u00e8 un tripudio di bandiere, fucili, elmetti e mitragliatrici, mentre la sala laterale ospita un enorme plastico che, su richiesta dei visitatori, pu\u00f2 essere acceso e mostra con giochi di luce le varie fasi dell&#8217;offensiva austro-tedesca. Infine, un po&#8217; nascosta, c&#8217;\u00e8 una piccola stanzina. Spostata la piccola tenda entriamo in uno spazio angusto e buio illuminato da una flebile luce: \u00e8 quella di un giovane alpino che sta scrivendo una lettera al padre. Ci accorgiamo che siamo dentro alla ricostruzione di un alloggiamento in alta quota e restiamo in silenzio ad ascoltare la voce narrante. \u00c8 stata un&#8217;esperienza molto immersiva e coinvolgente, in grado con poco di ricreare quei pochi momenti intimi e personali a cui avevano accesso i soldati in trincea.<\/p>\n<p>Una volta terminata la visita decidiamo di iniziare il cosiddetto &#8220;itinerario storico di Caporetto&#8221;, un percorso di 5km da percorrere a piedi e che permette di vedere l&#8217;Ossario Italiano, alcune linee difensive e soprattutto godere delle vista sull&#8217;Isonzo. L&#8217;Ossario, realizzato nel 1938 per volere di Mussolini, domina con le sue linee squadrate la collina sopra Kobarid e i nomi dei caduti scolpiti nella pietra ricordano 7014 morti combattendo nell&#8217;Alta valle dell&#8217;Isonzo. L&#8217;itinerario poi prosegue verso il Tonocov Grad, che con le sue rovine altomedievali costituisce il punto pi\u00f9 alto dell&#8217;itinerario e un esempio di straordinaria continuit\u00e0 insediativa, poich\u00e9 abitato sin dall&#8217;et\u00e0 del rame. Dal Tonocov Grad si pu\u00f2 soltanto scendere inevitabilmente verso le trincee italiane, oggi nascoste dalla vegetazione che ha preso il sopravvento tra muri di cemento, strettoie e scalinate scavate nella roccia simili alla Scala Tortuosa di Tolkieniana memoria. Un ponte in legno consente di attraversare le rapide della forra dell&#8217;Isonzo e approdare all&#8217;altra sponda in totale sicurezza. Completano il percorso storico le cascate del ruscello Kozjak, il ponte napoleonico e altre linee di difesa italiane.<\/p>\n<p>Il risveglio a Kobarid la mattina seguente \u00e8 allusivo e al contempo simbolico. Tutto tace a fondovalle. Il cielo \u00e8 cupo. L&#8217;aria \u00e8 umida e fresca. Dinnanzi ai nostri occhi si alza una coltre bianca di nebbia e nuvole basse. Fu questo ci\u00f2 domin\u00f2 la valle di Caporetto quel lontano 24 ottobre? Si concluse cos\u00ec la visita di questo piccolo paese sloveno che \u00e8 entrato nella memoria collettiva italiana e che, a distanza di un secolo, \u00e8 sinonimo di disfatta totale e inefficienza della classe dirigente.<\/p>\n<p>Proseguimmo quindi verso la seconda tappa del viaggio ovvero Bovec, o Plezzo in italiano, con l&#8217;Isonzo come fedele compagno di viaggio. Arrivati a Bovec ci dirigiamo a piedi verso Ravelnik, un museo a cielo aperto dove sono state ricostruite le trincee austriache. Dinnanzi ai nostri occhi si palesa una collina fitta di boschi che nasconde ogni traccia della Grande Guerra. \u00c8 un invito ad andare a scoprirla. Cos\u00ec facendo iniziano ad affiorare i primi camminamenti, postazioni di comando e per cecchini e infine l&#8217;infermeria. Le difese originarie austriache, come detto prima sono scomparse e sono state ricreate a perenne memoria degli orrori della guerra. Il silenzio e la natura hanno preso il posto del frastuono dei cannoni e del filo spinato. La tranquilla e lussureggiante campagna slovena non \u00e8, per\u00f2, ancora riuscita totalmente a rimarginare le cicatrici della guerra: in particolare restano ben visibili sulla sommit\u00e0 di Ravelnik i crateri delle granate italiane. Per completare la nostra visita dei luoghi della Grande Guerra a Bovec prendiamo la macchina e raggiungiamo i forti di Klu\u017ee e Hermann, posti a 10 minuti dal paese. Il forte di Klu\u017ee fu innalzato inizialmente nel XV secolo come struttura lignea per impedire che i Turchi attaccassero la Carinzia austriaca e nei secoli successivi il legno venne sostituito con la pietra, mentre la forma attuale venne data nel XIX. Durante la Prima Guerra Mondiale rivest\u00ec un ruolo importante nella difesa del settore e oggi ospita un piccolo museo sulla Grande Guerra. Forte Hermann, invece, si trova sulla cresta montuosa del Rombon che domina dall\u2019alto la strettoia protetta dal forte di Klu\u017ee. Venne realizzato a fine XIX secolo dagli austro-ungarici ma venne reso inutilizzabile dai colpi dell\u2019artiglieria italiana. Ancora oggi \u00e8 possibile vederne i resti percorrendo un sentiero di 15\/20 min tra i boschi. Se a Ravelnik abbiamo intuito quale potesse essere l\u2019impatto di una granata, a Fort Hermann restiamo esterrefatti dal suo concreto potenziale distruttivo. Pareti, muri frantumati e postazioni di difesa scoperchiate attendono il visitatore. Purtroppo, e questo \u00e8 un grande rammarico, il sito non \u00e8 stato messo in sicurezza e come dicono in Slovenia lo si pu\u00f2 visitare \u201ca tuo rischio e pericolo\u201d. Sarebbe interessante se il governo sloveno decidesse di recuperarlo e renderlo visitabile attraverso un percorso di pannelli esplicativi pi\u00f9 completo rispetto a quello attualmente esistente.<\/p>\n<p>Il giorno seguente prendiamo la strada per il passo di Vr\u0161i\u010d, nel parco nazionale di Triglav per raggiungere la localit\u00e0 di Bled, famosa per il suo lago. La strada, costeggiata dall\u2019immancabile Isonzo, inizia a inerpicarsi sul fianco della montagna e in men che non si dica ci troviamo circondati da boschi. Arrivati a quota 1600 metri ci fermiamo per goderci il panorama e per salutare il grande fiume di Smeraldo e i luoghi della Prima Guerra Mondiale, convinti di esserceli lasciati alle spalle. Scopriamo, per\u00f2, che nella discesa verso Kranjska Gora c\u2019\u00e8 una cappella ortodossa. Arrivati alla fine dei tornanti troviamo un parcheggio e notiamo molte persone che si incamminano per un sentiero che reca come indicazione \u201ccappella russa\u201d. Davanti ai nostri occhi svetta una struttura lignea dalle linee ortodosse. Ci fermiamo a leggere la sua storia. Durante la Prima Guerra Mondiale furono i prigionieri russi catturati sul Fronte Orientale a realizzare la strada che tutt\u2019oggi permette di valicare il passo. Purtroppo, durante i lavori una valanga travolse e uccise circa 300 di loro. Venne quindi eretta questa piccola cappella per ricordarne la morte tragica.<\/p>\n<p>Giunti nei pressi di Kranjska Gora ci fermiamo al lago di Jasna e nel voltarci indietro verso il passo appena valicato il pensiero corre subito a quanto visto sui luoghi della Grande Guerra. Luoghi che sono stati restituiti alla natura e alla memoria dell&#8217;uomo per ricordare il terribile prezzo pagato in vite umane. Ricorrono alla mente i versi eterni del poeta inglese Wilfred Owen, testimone delle sanguinose battaglie sul Fronte Occidentale, che nella poesia <em>Dulce et decorum est<\/em> smentisce con amara ironia il latino Orazio &#8220;To children ardent for some desperate glory, The old Lie: Dulce et decorum est Pro Patria mori&#8221;.<\/p>\n<p>Dopo esserci riposati presso il lago di Jasna proseguiamo nel nostro itinerario verso Bled, il &#8220;Lago di Como&#8221; sloveno, su cui, per\u00f2, non voglio dilungarmi poich\u00e9 di luoghi storici ve ne sono ben pochi. Preferisco, dunque, concludere questo #PlacetobePop descrivendo alcune localit\u00e0 limitrofe dal profondo valore storico.<\/p>\n<p>Nella vicina Radovlijka \u00e8 possibile visitare il museo dell&#8217;apicoltura, attivit\u00e0 tradizionale slovena, che coniuga aspetti legati alla scienza, biologia, divulgazione, storia&#8230;e arte. Infatti, una parte considerevole dell&#8217;esposizione museale raccoglie esempi di arte popolare slovena i cui temi dominanti sono quelli del sacro &#8211; sacre famiglie, adorazioni, scene bibliche &#8211; e profano &#8211; vita quotidiana o scene militari -. Ma ci\u00f2 che \u00e8 insolito \u00e8 il supporto materiale, ovvero le arnie per le api che si trasformano cos\u00ec in uniche opere d&#8217;arte popolari.<\/p>\n<p>A 10 min da Radovlijka c&#8217;\u00e8 forse il museo sloveno che ho apprezzato maggiormente: il Muzej Talcev di Begunje perch\u00e9 ha una storia che in pochi, al di fuori della Slovenia, conoscono ed \u00e8 quindi nostro dovete di <em>Public Historians <\/em>farla conoscere. Begunje ospitava gi\u00e0 un castello\/residenza tardomedievale che nel corso dell&#8217;Ottocento venne adibita a prigione femminile gestita dalle Sorelle della Carit\u00e0 di San Vincenzo de Paoli. Quest&#8217;ordine religioso si occupava di recuperare le donne attraverso l&#8217;educazione e i lavori manuali quali l&#8217;attivit\u00e0 tessile. Con l&#8217;aggressione della Germania nazista al Regno di Jugoslavia nel 1941 l&#8217;intero complesso venne requisito e trasformato in una prigione per oppositori politici, deportati in transito verso i campi di sterminio e persone sospettate di collaborare con la resistenza jugoslava. In totale vennero imprigionate 11477 persone di cui 9196 uomini e 2281 donne. Circa met\u00e0 dei prigionieri aveva meno di 30 anni e 897 di loro vennero condannate a morte per fucilazione dopo essere state torturate. Il 4 maggio 1945 il distaccamento Kokra dell&#8217;Armata Partigiana liber\u00f2 la prigione. Durante l&#8217;epoca titina il complesso ospit\u00f2 una casa di correzione per donne, prigionieri e oppositori politici e una scuola di polizia. Attualmente ospita un ospedale psichiatrico. Il Muzej Talcev \u00e8 stato ricavato in una piccola ala dell&#8217;ospedale e si sviluppa lungo un corridoio su cui danno dieci celle. Sulla parete del corridoio sono stati appesi i manifesti relativi alle esecuzioni sommarie e alle rappresaglie perpetrate dalla forze d&#8217;occupazione tedesche, mentre le celle sono state sottoposte a un brillante intervento di valorizzazione. L&#8217;aspetto non \u00e8 mutato. Restano sempre angusti spazi detentivi, bui e umidi con i muri pieni di scritte e graffiti. Queste testimonianze grafiche, per\u00f2, sono state salvate e rese visibili attraverso installazioni luminose con luci al led. Riportano pensieri e disegni realizzati dai prigionieri consumati dalla noia, dai deportati in attesa di essere trasferiti o dai partigiani in attesa di essere fucilati. \u00c8 una visita che lascia forti emozioni e che merita di essere effettuata.<\/p>\n<p>A Kropa invece si trova il Museo della lavorazione del ferro. Questo paesino di montagna vanta una secolare tradizione nella forgiatura e nella lavorazione del ferro, che venne meno a met\u00e0 del XX secolo a seguito dell&#8217;avvento dell&#8217;automazione in ambito industriale. Nonostante questo sono ancora ben visibili alcune tracce di questo passato artigianale: delle 20 presenti un secolo fa sono sopravvissute soltanto una forge e una fucine oramai dismesse. Il Museo della lavorazione del ferro, invece, racconta la dimensione umana e sociale di questa realt\u00e0 imprenditoriale. Dalla lavorazione artigianale d&#8217;et\u00e0 medievale e moderna si passa alla dimensione cooperativistica-imprenditoriale ottocentesca che visse un vero e proprio boom economico grazie alle commesse statali per la realizzazione delle ferrovie. Plastici e modellini mostrano l&#8217;interno e il funzionamento di queste piccole fabbriche che, per\u00f2, vennero ridimensionate alla produzione di chiodi per scarpe da lavoro nel momento dell&#8217;avvento del lavoro meccanizzato. Su richiesta dei visitatori i membri del gentile personale mettono a disposizione la sala proiezioni per vedere due brevi filmati girati negli anni Cinquanta che mostrano la realt\u00e0 di Kropa al suo tramonto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][et_pb_gallery admin_label=&#8221;Galleria&#8221; posts_number=&#8221;10&#8243; show_title_and_caption=&#8221;on&#8221; show_pagination=&#8221;on&#8221; gallery_ids=&#8221;1948,1954,1955,1956,1957,1953,1951,1952,1950,1949&#8243; fullwidth=&#8221;off&#8221; orientation=&#8221;landscape&#8221; hover_overlay_color=&#8221;rgba(255,255,255,0.9)&#8221; background_layout=&#8221;light&#8221; use_border_color=&#8221;off&#8221; border_color=&#8221;#ffffff&#8221; border_style=&#8221;solid&#8221; auto=&#8221;off&#8221; \/][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dall&#8217;Alto Isontino alla Carniola: Andrea Oldani ci accompagna in un percorso nei luoghi di Prima e Seconda guerra mondiale<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1948,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_et_pb_use_builder":"on","_et_pb_old_content":"<p>Cividale del Friuli, estate 2019. Questa volta, a differenza del longobardo Alboino, la nostra meta non \u00e8 l'Italia bizantina, bens\u00ec la Slovenia. Seguiamo le indicazioni per il paesino di Kobarid, ben pi\u00f9 noto in italiano con il nome di Caporetto. Non \u00e8 cambiato molto rispetto alla descrizione che ne diede Hemingway in <em>Addio alle Armi<\/em> di \"quattro case con una chiesa dal tetto rosso\": le case sono aumentate un po' ma il paese non arriva nemmeno a 1200 abitanti. Avvertiamo immediatamente questo iato tra le sue dimensioni attuali e l'alone carico di significato negativo che la ammanta e forse ci sentiamo un po' delusi. Com'\u00e8 possibile che un paese cos\u00ec piccolo possa ancora oggi avere un impatto cos\u00ec forte sull'opinione comune italiana? Com'\u00e8 possibile che questa valle lussureggiante, attraversata dallo smeraldino Isonzo, possa essere il simbolo, al pari forse dell'8 settembre, della <em>debacle <\/em>di un'intera nazione?<\/p><p>Decidiamo di scoprirlo recandoci in visita al Museo di Caporetto, collocato dietro il nostro B&B. Veniamo accolti dalla cortesia tipica che contraddistingue il popolo sloveno e gli addetti alla biglietteria ci invitano a vedere un documentario di circa 15 min in italiano sulla Battaglia di Caporetto. \u00c9 senza ombra di dubbio il miglior modo per comprendere il contenuto dell'esposizione permanente del museo assieme al contesto che port\u00f2 alla disfatta italiana del 24 ottobre 1917 e la ritirata delle settimane seguenti. Terminata la proiezione saliamo al primo piano dove ci aspettano: la Sala del Monte Nero con un plastico che mostra le diverse linee di difesa austriache e italiane con le loro intricate trincee; la Sala Bianca incentrata sulle precarie condizioni di vita al fronte dei soldati tra reperti fotografici e archeologici; la Sala delle Retrovie, parola che evocava nella mente dei combattenti riposo, quiete e fine della paura; e, infine la Sala Nera con le sue crude foto della morte in trincea. Al secondo piano, invece, il corridoio centrale \u00e8 un tripudio di bandiere, fucili, elmetti e mitragliatrici, mentre la sala laterale ospita un enorme plastico che, su richiesta dei visitatori, pu\u00f2 essere acceso e mostra con giochi di luce le varie fasi dell'offensiva austro-tedesca. Infine, un po' nascosta, c'\u00e8 una piccola stanzina. Spostata la piccola tenda entriamo in uno spazio angusto e buio illuminato da una flebile luce: \u00e8 quella di un giovane alpino che sta scrivendo una lettera al padre. Ci accorgiamo che siamo dentro alla ricostruzione di un alloggiamento in alta quota e restiamo in silenzio ad ascoltare la voce narrante. \u00c8 stata un'esperienza molto immersiva e coinvolgente, in grado con poco di ricreare quei pochi momenti intimi e personali a cui avevano accesso i soldati in trincea.<\/p><p>Una volta terminata la visita decidiamo di iniziare il cosiddetto \"itinerario storico di Caporetto\", un percorso di 5km da percorrere a piedi e che permette di vedere l'Ossario Italiano, alcune linee difensive e soprattutto godere delle vista sull'Isonzo. L'Ossario, realizzato nel 1938 per volere di Mussolini, domina con le sue linee squadrate la collina sopra Kobarid e i nomi dei caduti scolpiti nella pietra ricordano 7014 morti combattendo nell'Alta valle dell'Isonzo. L'itinerario poi prosegue verso il Tonocov Grad, che con le sue rovine altomedievali costituisce il punto pi\u00f9 alto dell'itinerario e un esempio di straordinaria continuit\u00e0 insediativa, poich\u00e9 abitato sin dall'et\u00e0 del rame. Dal Tonocov Grad si pu\u00f2 soltanto scendere inevitabilmente verso le trincee italiane, oggi nascoste dalla vegetazione che ha preso il sopravvento tra muri di cemento, strettoie e scalinate scavate nella roccia simili alla Scala Tortuosa di Tolkieniana memoria. Un ponte in legno consente di attraversare le rapide della forra dell'Isonzo e approdare all'altra sponda in totale sicurezza. Completano il percorso storico le cascate del ruscello Kozjak, il ponte napoleonico e altre linee di difesa italiane.<\/p><p>Il risveglio a Kobarid la mattina seguente \u00e8 allusivo e al contempo simbolico. Tutto tace a fondovalle. Il cielo \u00e8 cupo. L'aria \u00e8 umida e fresca. Dinnanzi ai nostri occhi si alza una coltre bianca di nebbia e nuvole basse. Fu questo ci\u00f2 domin\u00f2 la valle di Caporetto quel lontano 24 ottobre? Si concluse cos\u00ec la visita di questo piccolo paese sloveno che \u00e8 entrato nella memoria collettiva italiana e che, a distanza di un secolo, \u00e8 sinonimo di disfatta totale e inefficienza della classe dirigente.<\/p><p>Proseguimmo quindi verso la seconda tappa del viaggio ovvero Bovec, o Plezzo in italiano, con l'Isonzo come fedele compagno di viaggio. Arrivati a Bovec ci dirigiamo a piedi verso Ravelnik, un museo a cielo aperto dove sono state ricostruite le trincee austriache. Dinnanzi ai nostri occhi si palesa una collina fitta di boschi che nasconde ogni traccia della Grande Guerra. \u00c8 un invito ad andare a scoprirla. Cos\u00ec facendo iniziano ad affiorare i primi camminamenti, postazioni di comando e per cecchini e infine l'infermeria. Le difese originarie austriache, come detto prima sono scomparse e sono state ricreate a perenne memoria degli orrori della guerra. Il silenzio e la natura hanno preso il posto del frastuono dei cannoni e del filo spinato. La tranquilla e lussureggiante campagna slovena non \u00e8, per\u00f2, ancora riuscita totalmente a rimarginare le cicatrici della guerra: in particolare restano ben visibili sulla sommit\u00e0 di Ravelnik i crateri delle granate italiane. Per completare la nostra visita dei luoghi della Grande Guerra a Bovec prendiamo la macchina e raggiungiamo i forti di Klu\u017ee e Hermann, posti a 10 minuti dal paese. Il forte di Klu\u017ee fu innalzato inizialmente nel XV secolo come struttura lignea per impedire che i Turchi attaccassero la Carinzia austriaca e nei secoli successivi il legno venne sostituito con la pietra, mentre la forma attuale venne data nel XIX. Durante la Prima Guerra Mondiale rivest\u00ec un ruolo importante nella difesa del settore e oggi ospita un piccolo museo sulla Grande Guerra. Forte Hermann, invece, si trova sulla cresta montuosa del Rombon che domina dall\u2019alto la strettoia protetta dal forte di Klu\u017ee. Venne realizzato a fine XIX secolo dagli austro-ungarici ma venne reso inutilizzabile dai colpi dell\u2019artiglieria italiana. Ancora oggi \u00e8 possibile vederne i resti percorrendo un sentiero di 15\/20 min tra i boschi. Se a Ravelnik abbiamo intuito quale potesse essere l\u2019impatto di una granata, a Fort Hermann restiamo esterrefatti dal suo concreto potenziale distruttivo. Pareti, muri frantumati e postazioni di difesa scoperchiate attendono il visitatore. Purtroppo, e questo \u00e8 un grande rammarico, il sito non \u00e8 stato messo in sicurezza e come dicono in Slovenia lo si pu\u00f2 visitare \u201ca tuo rischio e pericolo\u201d. Sarebbe interessante se il governo sloveno decidesse di recuperarlo e renderlo visitabile attraverso un percorso di pannelli esplicativi pi\u00f9 completo rispetto a quello attualmente esistente.<\/p><p>Il giorno seguente prendiamo la strada per il passo di Vr\u0161i\u010d, nel parco nazionale di Triglav per raggiungere la localit\u00e0 di Bled, famosa per il suo lago. La strada, costeggiata dall\u2019immancabile Isonzo, inizia a inerpicarsi sul fianco della montagna e in men che non si dica ci troviamo circondati da boschi. Arrivati a quota 1600 metri ci fermiamo per goderci il panorama e per salutare il grande fiume di Smeraldo e i luoghi della Prima Guerra Mondiale, convinti di esserceli lasciati alle spalle. Scopriamo, per\u00f2, che nella discesa verso Kranjska Gora c\u2019\u00e8 una cappella ortodossa. Arrivati alla fine dei tornanti troviamo un parcheggio e notiamo molte persone che si incamminano per un sentiero che reca come indicazione \u201ccappella russa\u201d. Davanti ai nostri occhi svetta una struttura lignea dalle linee ortodosse. Ci fermiamo a leggere la sua storia. Durante la Prima Guerra Mondiale furono i prigionieri russi catturati sul Fronte Orientale a realizzare la strada che tutt\u2019oggi permette di valicare il passo. Purtroppo, durante i lavori una valanga travolse e uccise circa 300 di loro. Venne quindi eretta questa piccola cappella per ricordarne la morte tragica.<\/p><p>Giunti nei pressi di Kranjska Gora ci fermiamo al lago di Jasna e nel voltarci indietro verso il passo appena valicato il pensiero corre subito a quanto visto sui luoghi della Grande Guerra. Luoghi che sono stati restituiti alla natura e alla memoria dell'uomo per ricordare il terribile prezzo pagato in vite umane. Ricorrono alla mente i versi eterni del poeta inglese Wilfred Owen, testimone delle sanguinose battaglie sul Fronte Occidentale, che nella poesia <em>Dulce et decorum est<\/em> smentisce con amara ironia il latino Orazio \"To children ardent for some desperate glory, The old Lie: Dulce et decorum est Pro Patria mori\".<\/p><p>Dopo esserci riposati presso il lago di Jasna proseguiamo nel nostro itinerario verso Bled, il \"Lago di Como\" sloveno, su cui, per\u00f2, non voglio dilungarmi poich\u00e9 di luoghi storici ve ne sono ben pochi. Preferisco, dunque, concludere questo #PlacetobePop descrivendo alcune localit\u00e0 limitrofe dal profondo valore storico.<\/p><p>Nella vicina Radovlijka \u00e8 possibile visitare il museo dell'apicoltura, attivit\u00e0 tradizionale slovena, che coniuga aspetti legati alla scienza, biologia, divulgazione, storia...e arte. Infatti, una parte considerevole dell'esposizione museale raccoglie esempi di arte popolare slovena i cui temi dominanti sono quelli del sacro - sacre famiglie, adorazioni, scene bibliche - e profano - vita quotidiana o scene militari -. Ma ci\u00f2 che \u00e8 insolito \u00e8 il supporto materiale, ovvero le arnie per le api che si trasformano cos\u00ec in uniche opere d'arte popolari.<\/p><p>A 10 min da Radovlijka c'\u00e8 forse il museo sloveno che ho apprezzato maggiormente: il Muzej Talcev di Begunje perch\u00e9 ha una storia che in pochi, al di fuori della Slovenia, conoscono ed \u00e8 quindi nostro dovete di <em>Public Historians <\/em>farla conoscere. Begunje ospitava gi\u00e0 un castello\/residenza tardomedievale che nel corso dell'Ottocento venne adibita a prigione femminile gestita dalle Sorelle della Carit\u00e0 di San Vincenzo de Paoli. Quest'ordine religioso si occupava di recuperare le donne attraverso l'educazione e i lavori manuali quali l'attivit\u00e0 tessile. Con l'aggressione della Germania nazista al Regno di Jugoslavia nel 1941 l'intero complesso venne requisito e trasformato in una prigione per oppositori politici, deportati in transito verso i campi di sterminio e persone sospettate di collaborare con la resistenza jugoslava. In totale vennero imprigionate 11477 persone di cui 9196 uomini e 2281 donne. Circa met\u00e0 dei prigionieri aveva meno di 30 anni e 897 di loro vennero condannate a morte per fucilazione dopo essere state torturate. Il 4 maggio 1945 il distaccamento Kokra dell'Armata Partigiana liber\u00f2 la prigione. Durante l'epoca titina il complesso ospit\u00f2 una casa di correzione per donne, prigionieri e oppositori politici e una scuola di polizia. Attualmente ospita un ospedale psichiatrico. Il Muzej Talcev \u00e8 stato ricavato in una piccola ala dell'ospedale e si sviluppa lungo un corridoio su cui danno dieci celle. Sulla parete del corridoio sono stati appesi i manifesti relativi alle esecuzioni sommarie e alle rappresaglie perpetrate dalla forze d'occupazione tedesche, mentre le celle sono state sottoposte a un brillante intervento di valorizzazione. L'aspetto non \u00e8 mutato. Restano sempre angusti spazi detentivi, bui e umidi con i muri pieni di scritte e graffiti. Queste testimonianze grafiche, per\u00f2, sono state salvate e rese visibili attraverso installazioni luminose con luci al led. Riportano pensieri e disegni realizzati dai prigionieri consumati dalla noia, dai deportati in attesa di essere trasferiti o dai partigiani in attesa di essere fucilati. \u00c8 una visita che lascia forti emozioni e che merita di essere effettuata.<\/p><p>A Kropa invece si trova il Museo della lavorazione del ferro. Questo paesino di montagna vanta una secolare tradizione nella forgiatura e nella lavorazione del ferro, che venne meno a met\u00e0 del XX secolo a seguito dell'avvento dell'automazione in ambito industriale. Nonostante questo sono ancora ben visibili alcune tracce di questo passato artigianale: delle 20 presenti un secolo fa sono sopravvissute soltanto una forge e una fucine oramai dismesse. Il Museo della lavorazione del ferro, invece, racconta la dimensione umana e sociale di questa realt\u00e0 imprenditoriale. Dalla lavorazione artigianale d'et\u00e0 medievale e moderna si passa alla dimensione cooperativistica-imprenditoriale ottocentesca che visse un vero e proprio boom economico grazie alle commesse statali per la realizzazione delle ferrovie. Plastici e modellini mostrano l'interno e il funzionamento di queste piccole fabbriche che, per\u00f2, vennero ridimensionate alla produzione di chiodi per scarpe da lavoro nel momento dell'avvento del lavoro meccanizzato. Su richiesta dei visitatori i membri del gentile personale mettono a disposizione la sala proiezioni per vedere due brevi filmati girati negli anni Cinquanta che mostrano la realt\u00e0 di Kropa al suo tramonto.<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Ossario Militare Italiano di Kobarid<\/p><p>Trincee Italiane sull'Isonzo<\/p><p>Le trincee ricostruite a Ravelnik<\/p><p>Forte di Klu\u017ee<\/p><p>Le rovine di Fort Hermann<\/p><p>L'Isonzo<\/p><p>La cappella russa<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>\u00a0<\/p><p>Il Museo di Talcev<\/p>","_et_gb_content_width":""},"categories":[12],"tags":[80,81,138,216],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v16.0.2 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Dall&#039;Alto Isontino alla Carniola: un percorso tra Prima e Seconda guerra mondiale - PopHistory<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Dall&#039;Alto Isontino alla Carniola: Andrea Oldani ci accompagna in un percorso nei luoghi di Prima e Seconda guerra mondiale\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"http:\/\/www.pophistory.it\/new\/placetobepop\/dallalto-isontino-alla-carniola-un-percorso-tra-prima-e-seconda-guerra-mondiale\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Dall&#039;Alto Isontino alla Carniola: un percorso tra Prima e Seconda guerra mondiale - 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