Berlino e la Shoah

Ovvero quando dalla memoria del passato deriva la consapevolezza critica della propria storia

di Giulia Dodi

Moderna, vivace ed accogliente Berlino è uno dei centri culturali più importanti d’Europa e uno dei luoghi cardine della storia del XX secolo. Ben consapevole della sua importanza e del suo passato, la capitale tedesca si presenta oggi come una città in continua evoluzione, capace di raccontarsi e di trattare con fermezza anche gli aspetti più duri della propria storia.

E’ questo il caso della Shoah e di tutto ciò che i provvedimenti contro gli ebrei emanati dal nazionalsocialismo hanno provocato, in una sequenza di eventi che non ha precedenti e di cui Berlino oggi parla con decisione e mostrando una coscienza critica non scontata.

Per chi visita Berlino sono tanti i modi in cui è possibile entrare in contatto con questo specifico aspetto, a partire dal Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, aperto al pubblico dal 2005 e composto da 2.711 stele di altezza variabile e disposte su una griglia ortogonale, mentre il fondo inclinato produce una sensazione di disorientamento in chi si addentra, perdendo il contatto con la città circostante. Il memoriale sorge sul luogo in cui in passato si trovavano alcune proprietà di Joseph Goebbels, uno dei più importanti gerarchi nazisti e, nell’area sottostante, è collocato il centro di documentazione degli ebrei morti nella Shoah. Quest’ultimo è un moderno complesso suddiviso in sale “tematiche” per raccontare l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei attraverso le storie personali e famigliari dei deportati, attraverso il racconto delle loro vicende e la descrizione dei luoghi in cui furono internati. Dopo un percorso di ascolto e lettura attraverso un’esposizione che ricorre spesso all’alternanza tra luce e buio, la parte conclusiva chiama i visitatori all’interazione, mettendo a disposizione postazioni multimediali in cui approfondire le vicende dei singoli deportati, cercare i nomi, ascoltare testimonianze ed approfondire i luoghi legati alla Shoah presenti su tutto il territorio europeo.

Ma non è l’unico modo che Berlino offre per approfondire questo tema specifico, anzi, lo stretto rapporto tra la città e il popolo ebraico è ben visibile anche attraverso una visita al Museo Ebraico di Berlino, il più grande d’Europa su questo tema e che mostra il profondo legame tra la cultura ebraica e la capitale tedesca, alternando la classica esposizione di oggetti ad installazioni interattive che permettono ai visitatori di personalizzare la visita. Del tutto particolare è la zona del museo progettata dall’architetto Daniel Libeskin, che utilizza l’architettura per creare una particolare esperienza sensoriale per chi percorre le stanze ed i corridoi del museo, in un continuo rapporto tra interno ed esterno. La particolare struttura creata da Libeskin, che corre lungo tre grandi corridoi sotterranei intersecati l’uno con l’altro, è pensata per mettere a disagio i visitatori, inducendo un senso di vuoto e di straniamento con particolare riferimento al periodo delle persecuzioni e della Shoah.

La collezione permanente del museo, invece, ha un respiro temporale più ampio e racconta i duemila anni di storia e di presenza ebraica in Germania, testimoniando la straordinaria importanza che questa cultura e questa popolazione hanno avuto nella storia tedesca e, di conseguenza, quale enorme perdita umana, intellettuale e culturale ha causato la Shoah.

Tuttavia la forma più public per raccontare e tenere viva la memoria della Shoah sono le pietre d’inciampo, frutto dell’intuizione dell’artista Gunter Demnig, che oggi sono presenti a migliaia nelle principali città europee ma che hanno avuto origine proprio in Germania. Berlino ne ospita ben 5.000 sparse per i quartieri della città per ricordare i cittadini arrestati e deportati, con l’intento che il loro nome non venga dimenticato ma al contrario faccia capolino nella quotidianità dei berlinesi e dei turisti che camminando incontrano questi piccoli blocchi di pietra, ricoperti nella parte superiore da una lastra di ottone. Di solito queste opere sono poste nel luogo dell’arresto o in prossimità dell’abitazione da cui è stata catturata la persona che è commemorata e, quando possibile, sono indicati anche il luogo di deportazione, la data di nascita e di morte o liberazione. Si tratta di un modo innovativo, e che ha riscosso notevole successo, per far dialogare passato e presente, per far “inciampare” i contemporanei in ciò che è stato, facendo comprende che la Storia di una città, quella con la S maiuscola, non si trova solo nei monumenti e nei memoriali ma anche agli angoli delle strade e lungo i suoi marciapiedi.