Il Tempio sulle scogliere

di Gabriele Sorrentino

Amo l’Irlanda, tanto che l’ho visitata già tre volte e ogni volta, al ritorno, vengo colto da nostalgia. Dell’Irlanda amo la gente accogliente e i paesaggi mozzafiato che si alternano ai prati e ai boschi verdi e riposanti, una natura dove sembra di poter ascoltare il respiro di Dio.

Tra questi luoghi, spicca di certo Dún Aengus (Dún Aonghasa, in gaelico), che si trova nel cuore della più grande delle Isole Aran, Inis Mór. È questo luogo che ho visitato l’estate scorsa.

Da Galway a Rossaveal (Ros a’ Mhíl) sono circa 45 chilometri che attraversano una delle più famose regioni Gaeltacht d’Irlanda, dove si parla la lingua gaelica. Si viaggia con l’Oceano alla tua sinistra, immersi in un paesaggio a tratti verdeggiante a tratti spoglio, come se il Connemara e il Burren si fondessero attraverso quella giuntura geologica che sono le Isole Aran. Tra queste la più grande è proprio Inis Mór. Il traghetto parte addirittura con anticipo, il mare è calmo e la traversata è gradevole. Inis Mór mi accoglie che ormai è mezzogiorno. In teoria avrei appuntamento con un certo Oliver, che mi ha promesso un tour guidato con alcune parole in italiano. In pratica vengo fermato da almeno 4 altre improvvisate guide prima di rendermi conto che Oliver è in ritardo. Non ho pagato nulla quindi scelgo un tizio segaligno che ci fa salire con altre persone su un furgoncino sporco e sgangherato col quale si inerpica sproloquiando in inglese per l’isola. Le strade sono strette e i ciclisti rischiano di essere investiti più volte, mentre il nostro furgone si appoggia letteralmente ai muretti di pietra per tenere le curve. Dall’isola calcarea, fatta della stessa sostanza del Burren, emerge una vegetazione bassa e variegata, spazzata dal vento. Dalla strada panoramica, si vede l’oceano infrangersi sugli speroni di roccia che affondano nei flutti e le due spiagge dove qualche temerario fa il bagno, incurante del vento e dei nuvoloni che si affollano nel cielo di luglio. La prima tappa del tour è un cimitero con la chiesa senza il tetto e le croci che sembrano tante costole scure di un enorme scheletro di pietra.

 

Il forte risale all’Età del Bronzo (3300–1200 a.C.) ed era dedicato a Aengus, una divinità irlandese.

La salita a Dún Aonghasa è un pellegrinaggio mistico.

Finalmente il pulmino giunge ai piedi della nostra vera destinazione: Dún Aengus (Dún Aonghasa), che sorge a picco su una scogliera alta cento metri (poco più della Ghirlandina, la torre campanaria di Modena, che è 86 metri…). Il forte risale all’Età del Bronzo (3300–1200 a.C.) ed era dedicato a Aengus, una divinità irlandese. La salita a Dún Aonghasa è un pellegrinaggio mistico. Una strada che si snoda per circa quaranta minuti in mezzo a un paesaggio dove l’erba e gli arbusti contendono a fatica il loro spazio vitale alle pietre aguzze, sotto l’ampio cielo color dell’Oceano e il forte che si avvicina senza svelare la sua vera forma. Appena arrivati, infatti, al muro che si vede dal basso, ci si rende conto che esso è solo il primo di tre muri concentrici, larghi anche quattro metri. Come tante stazioni di una via Crucis antichissima, quindi, la strada conduce alla sommità del forte, mentre il vento è sempre più intenso e sembra portare la voce di Dio e, in sottofondo, le litanie di coloro che hanno pregato quassù per millenni. L’intero forte misura 6 ettari, domina l’isola e offre una vista di circa 120 Km di linea costiera. Ebbe di certo una funzione sacrale, legata a riti druidici che comportavano l’accensione di falò visibili dalla terraferma, e forse militare.

Dùn Aengus è uno di quei luoghi che hanno il potere di riconciliare l’uomo con la sua dimensione sacra, lontani dalla schizofrenia del quotidiano. Il luogo è di una bellezza sconvolgente, una cattedrale senza mura, incurante di ciò che la circonda.

Mentre il sole tramonta sulle Aran in pennellate viola, mi sembra di udire il sussurro dei primi uomini che pregarono su quella scogliera quasi seimila anni fa.