Rijeka e il cimitero di Kozala

di Silvia Lotti

Rijeka, per gli amici Fiume, Istria.

Quando si pensa alle città dall’altra parte dell’Adriatico, l’immaginario comune pensa o alle spiagge della Croazia, o a sanguinose diatribe balcaniche.
In realtà, è un mondo ben più vario, proprio in virtù del suo essere cerniera d’Europa; che è poi il suo bello, ritrovare pezzi, tracce, elementi di altri posti, che possono andare da Nizza fino a Istanbul.
Rijeka è in Croazia, città di mare con uno dei più importanti porti della costa adriatica, si trova a circa due ore di auto da Trieste, dopo un breve passaggio in territorio sloveno.

Inutile negare però che Fiume è stata anche una città italiana, la bandiera dell’irredentismo dell’inizio del Novecento. Da una visita di un paio di giorni è emersa una lettura che si può riassumere così: Rijeka è una città croata, con un passato italiano. Il legame con l’Italia e la sua lingua è accostato alla sua storia; non è nascosto, ma neanche sbandierato. Infatti, la lingua e i nomi italiani emergono solo quando si rivolge lo sguardo all’indietro.
L’attualità, infatti, ha un chiaro legame con i paesi della ex Jugoslavia, di cui la Croazia ha fatto parte fino al 1992. Il centro storico mi ha ricordato città della Bosnia Erzegovina: palazzi ottocenteschi che si alternano a edifici più bassi, un corso pedonale largo, su cui fare vasche avanti e indietro. Il mercato cittadino vedeva i banchi di frutta e verdura all’aperto, quelli della carne, del pesce e del formaggio dentro mercati coperti decorati esternamente, potendo così girovagare tra montagne di crauti, miele e ajvar fatto in casa, con le orecchie piene di “dobar dan, isvolite”. Infine, il cibo che si trova nei locali, è quello che possiamo trovare da Lubiana a Skopje, i classici cevapčiči e carne alla griglia, burek di tutti i tipi, Karlovačko e rakija, ma anche pesce perché siamo sul mare.
Però, nel momento in cui si vuole andare ad approfondire il passato, ecco che emerge, forse un po’ prepotentemente, la lingua italiana, senza possibilità di poterla nascondere.

Il luogo più curioso che ho visitato è stato il cimitero monumentale di Kozala, che si raggiunge in pochi minuti di camminata, arrampicandosi lungo la collina su cui si adagia la città: è il più caratteristico perché mostra tutte le stratificazioni del passato della comunità e dei suoi abitanti. Italiano e croato – ma anche yiddish – si alternano e si mescolano nei nomi di battesimo e nei cognomi delle famiglie, così come nelle iscrizioni delle lapidi. In questo modo, si va a sbattere il muso contro eventi e movimenti storici.

Partendo dall’inizio del ‘900, vediamo una lapide (foto) su cui è scritto che la persona “nel tempo oscuro della guerra patì l’esilio / sempre fermo incrollabile nella sua fede italiana / che vide coronata nella redenzione della sua terra / e si spense sognando i giusti termini della patria non ancora compiuta / dentro le scarse frontiere che Italiani dall’Italia separano”. Qui i riferimenti riguardano gli anni fino alla Prima Guerra Mondiale e quelli che Fiume visse dal 1920 al 1924 come stato libero.
La città, infatti, fin dal XV secolo, ha sempre fatto parte del territorio croato, appartenente al vasto dominio della corona asburgica, alternando la sua amministrazione tra Austria e Ungheria.
Con la fine della IGM, sebbene i trattati di pace non prevedessero la cessione di Fiume da parte del moribondo Impero Austro-Ungarico, il movimento irredentista italiano divenne particolarmente aggressivo – alla cui testa vi era il poeta Gabriele D’Annunzio -, arrivando a occupare la città e a proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro nel 1919.
L’anno successivo, con il Trattato di Rapallo, si trovò una soluzione più vicina alla legalità con lo Stato Libero di Fiume, che durò fino al 1924, anno in cui la città venne annessa definitivamente al Regno d’Italia. Lo Stato Libero, però, venne preceduto da alcuni giorni di particolare tensione subito dopo il Natale del 1920, quando le truppe irregolari di D’Annunzio si scontrarono con il Regio Esercito italiano.  Antonio Cucich è uno dei due civili caduti in questi scontri (vedi foto).

Ancora più indietro va la vicenda della prima foto qui sotto, dove questa persona, sempre disertando dall’esercito austriaco, combattè volontario nelle guerre d’Indipendenza durante il Risorgiment. Da notare come si sottolinea che sia stato ferito nella battaglia di Solferino (1859 – seconda guerra d’Indipendenza) e Custoza (1866 – terza guerra d’Indipendenza): in entrambi i casi il Regno di Sardegna/Regno d’Italia si è scontrato con l’Impero Asburgico.
Gli stessi riferimenti sono presenti nella seconda foto qui sotto, dove si specifica che la persona nacque quando Fiume era ancora sotto gli austriaci e morì durante l’occupazione dei legionari di D’Annunzio.

Sorvolando sul periodo dell’Italia fascista, possiamo arrivare direttamente alla lunga guerra di resistenza contro il nazifascismo, che vide partigiane e partigiani di entrambe le comunità – italiana e croata/jugoslava – impegnati a combattere. Nel cimitero si trova una sezione dedicata ai giovanissimi partigiani caduti tra il 1941 (anno dell’occupazione nazista in Jugoslavia) e il 1945: tutte le lapidi hanno come decorazione una stella rossa a cinque punte.

Arrivando, invece, al periodo della Jugoslavia socialista del maresciallo Tito, ecco che, su una lapide, compare, timidamente, il contorno di una stella rossa a cinque punte (vedi foto).

Da ultimo, ma non meno importante, nel cimitero si trova un’intera sezione ebraica, con tombe particolarmente vecchie e sconnesse insieme ad altre più recenti, dove la commistione delle lingue e dei simboli è particolarmente evidente (vedi foto). Fiume aveva infatti una comunità ebraica cospicua, circa il 2,5% degli abitanti, completamente intrecciata con la popolazione italiana e croata. Lungo il corso principale, si possono trovare le pietre d’inciampo di Eugenio Lipschitz e di sua moglie, deportati alla Risiera di San Sabba e poi ad Auschwitz nel 1944 (vedi foto).

Lungo il corso principale, è, inoltre, momentaneamente allestita una mostra in occasione dell’80esimo anniversario della promulgazione delle Leggi Razziali in Italia, che andarono a colpire molto duramente la comunità ebraica di Fiume. Una comunità ricca ed emancipata, che partecipava attivamente al benessere economico della città. Da notare, ancora una volta, come quando si parli del passato (almeno fino al 1947), questo venga raccontato anche usando la lingua italiana. Successivamente, è come se questa fosse scomparsa.

Che dire, da amante dei Balcani e della ex Jugoslavia, Rijeka, pur non essendo una città con particolari attrattive, mi ha permesso di crogiolarmi per un paio di giorni in un mondo molto probabilmente (ormai) immaginario e immaginato, ma ricco di storia e di incroci umani.

Si ringrazia Francesca Rolandi per i consigli.
Tutte le fotografie sono state scattate dall’autrice.