The Rock: ovvero Alcatraz e le difficoltà di una musealizzazione incompiuta

di Igor Pizzirusso

Inserito in molti film del genere più disparato (e spazzato via dalla navicella di Khan del fantascientifico “Star Trek: into Darkness”), il carcere di Alcatraz è sicuramente uno dei luoghi più iconici della baia di San Francisco, nonché uno dei luoghi di interesse nazionali più celebri e visitati della costa ovest degli Stati Uniti d’America.

Una fama meritata? Diciamo in parte. Considerando soprattutto un prezzo del biglietto che supera decisamente la reggia di Versailles, doppia i Musei vaticani e quadruplica gli Uffizi…

Ma questa è un’altra storia.

Il penitenziario che sorge sull’omonima isola venne inaugurato nel 1934, riconvertendo la struttura usata precedentemente come fortilizio (prima) e carcere militare (poi), e rimase in attività per circa un trentennio, fino a 1963, quando venne chiuso per una serie di (tutte ottime) motivazioni.
La prima fu il cambio di rotta impresso dal Ministro della giustizia Robert Kennedy in merito alle politiche correzionarie, non più solo repressive ma anche rieducative; una visione quasi inconciliabile con una prigione di massima sicurezza – gestita oltretutto in modo duro e implacabile – quale Alcatraz era.
La seconda riguardava ragioni di sicurezza. Per quanto situato su un’isola infatti, il carcere era lontano poco più di due chilometri dalla costa di San Francisco; una distanza esigua, che rendeva raggiungibili a nuoto le spiagge cittadine (così avvenne nell’ultimo tentativo di fuga, nel 1962) e che risultò del tutto insufficiente ad attenuare il chiasso provocato dalla rivolta dei detenuti del 1946 (nota come “Battaglia di Alcatraz”), che infatti venne udito perfettamente dagli abitanti sulla terraferma.
Infine, ultima e più decisiva motivazione, furono gli enormi costi necessari al mantenimento della struttura, sia per i rifornimenti di viveri e generi di prima necessità, sia per la manutenzione dei fabbricati, sottoposti tutto l’anno a violenti agenti atmosferici (dei quali ci si accorge non appena si mette piede sull’isola).

La conversione in National Historic Landmark (NHL), e quindi in luogo preservato adibito (anche) al turismo, è datata tuttavia soltanto 1986. E il ventennio trascorso tra incuria e abbandono si percepisce tutto non appena ci si avvia lungo la strada che va dal porticciolo all’edificio del carcere vero e proprio. Le svariate costruzioni presenti ai lati della via, ciascuna adibita a una funzione ben precisa, sono adornate con scarni pannelli esplicativi che si ergono davanti a porte sbarrate, muri cadenti, finestre senza imposte, piante rampicanti, sterpaglie e – soprattutto – stormi di gabbiani. Perché, se è pur vero che il nome Alcatraz deriva dall’antico spagnolo Alcatraces (cioè i pellicani che popolavano l’isola all’epoca della sua scoperta), oggi i veri padroni del luogo sono proprio loro, i gabbiani

Si procede così abbastanza spediti verso l’ingresso del massiccio corpo principale, al quale si accede attraverso l’ingresso da cui passavano anche i detenuti. Tra docce e mobilio, lasciati intatti al di là di una grata, sono posizionati diversi oggetti che rendono l’idea di quali fossero le procedure di “accesso”. E tuttavia, anche qui, c’è poco oltre alla mera rappresentazione didascalica e dioramica.

Dopo aver pazientemente atteso l’esaurirsi della coda, si viene finalmente muniti di audioguida e si inizia il tour vero e proprio: un’ora e mezza circa a ritmo serrato e con poca flessibilità (per discostarsi dal percorso prestabilito occorre infatti avere la prontezza di mettere in pausa la “radiolina” prima che la voce ricominci a parlare), per conoscere i luoghi, i personaggi e gli avvenimenti della trentennale storia del penitenziario. L’itinerario espositivo è tutto sommato povero: alcune foto, pannelli esplicativi, qualche cella arredata e poco altro. Molto è lasciato al luogo in sé e per sé, come fosse una cattedrale moderna dove al posto delle vetrate sono installate grandi finestre occluse dalle sbarre. L’autentico valore aggiunto tuttavia, non è negli occhi, ma nelle orecchie: la scelta dei narratori e del sottofondo è quanto di più apprezzabile ci sia in tutta l’esperienza. A guidare i visitatori sono infatti le parole dei testimoni diretti: quattro ex secondini e quattro ex detenuti raccontano fatti ed esperienze, mentre i suoni che li accompagnano o li sovrastano a seconda dei momenti sono perfettamente abbinati con quanto si va descrivendo. Così, mentre si narra della battaglia di Alcatraz, sono grida, schiamazzi e colpi d’arma da fuoco a sovrapporsi e sostituirsi alle voci; oppure, mentre si passeggia per l’enorme spazio della vecchia mensa, è il brusio sommesso e il rumore di piatti e forchette a darci l’impressione di essere davvero all’ora del rancio.

Molto spazio è dato proprio alla rivolta del 1946 e ai principali tentativi di fuga. Una scelta tutto sommato logica e ovvia, trattandosi degli unici avvenimenti storici degni di nota. Altre parti importanti sono dedicate ai detenuti celebri (Mickey Cohen, Al Capone e George “Machine gun” Kelly, per citarne alcuni) e ai sei direttori del penitenziario. Nel complesso spiace che alcune aree fondamentali, come il cortile (per visitare il quale dovrete per l’appunto mettere in pausa l’audioguida) e la biblioteca, siano spoglie e poco valorizzate all’interno del percorso. Più rilevanza avrebbe forse meritato la quotidianità (che pure è trattata) e il momento dell’arrivo al carcere (così incisivo e drammatico), magari sfruttando ancora la voce dei testimoni.

Insomma, Alcatraz fornisce un’esperienza per larghi tratti interessante e immersiva, ma dalle molteplici potenzialità non sfruttate. E dire che, in un luogo del genere, basterebbe davvero poco.