Volti, monumenti e murales: Cuba e la sua rivoluzione dopo quasi 60 anni

di Silvia Lotti e Igor Pizzirusso
È impossibile camminare per le strade de L’Avana, o attraversare uno delle centinaia di villaggi disseminati per l’isola, senza ricordare la Revoluciòn del 1959, che depose Fulgencio Batista e il suo regime filo americano, facendo di Fidel Castro il lider maximo di Cuba per oltre un cinquantennio.

In ogni villaggio, anche il più piccolo e isolato immerso tra le piantagioni di tabacco e canna da zucchero – lontano diversi chilometri dalle vie di comunicazione principali -, campeggia almeno un murale che ricorda gli eventi del 1958-59 e invita ogni cittadino a difendere quel cambiamento, in una sorta di rivoluzione perpetua e permanente, che non può non apparire in aperta contraddizione con la stasi che invece contraddistingue l’intera isola, quasi cristallizzata agli anni ’60, mentre gli abitanti si arrabattano come possono per molte esigenze della vita quotidiana.

La figura centrale di questa iconografia rivoluzionaria è naturalmente Ernesto Che Guevara. La sua immagine d’altro canto è davvero pop anche in Occidente, dove l’uso è divenuto commerciale e quindi svuotato di ogni autentico significato. La fotografia Guerrillero Heroico di Alberto Korda è l’immagine più riprodotta in assoluto al mondo. A Cuba, il meccanismo non è differente, anzi seguono la scia del mondo ricco per sbancare il lunario: in tutti i negozi di souvenir possiamo trovare in vendita magneti, portachiavi, magliette con il suo viso e persino il suo caratteristico basco nero con la stella rossa. A questa dinamica se ne aggiunge però – ovviamente – un’altra. Insieme a Camilo Cienfuegos, Guevara è il nume tutelare della rivoluzione, il custode dell’ideale della lotta di liberazione, persino più di Fidel Castro, che ha più un ruolo di “padre”, che di mito fondativo. Il Che e Cienfuegos invece rappresentano qualcosa di metafisico, in particolare per le nuove generazioni, soprattutto in virtù del fatto che entrambi hanno trovato la morte piuttosto precocemente: il primo venne ucciso in Bolivia nel 1967 (ne è ricorso il cinquantesimo anniversario da pochi giorni) mentre perseguiva il suo ideale rivoluzionario; il secondo invece scomparve in un incidente aereo pochi mesi dopo la presa del potere da parte delle forze guidate da Fidel Castro.

È proprio questo fato, questa morte tristemente precoce ad averli naturalmente consacrati, in modo quasi letterale, come protettori di quella rivoluzione, con le immagini che fungono da monito per conservarla permanentemente. Non è quindi una coincidenza che siano ambedue raffigurati nelle statue di cera dell’unico diorama presente al Museo de la Revolución de L’Avana (ospitato tra l’altro nell’ex Palacio Presidencial), né che i loro volti osservino severi il grande spiazzo di Plaza de la Revolución (Guevara sul muro del Ministero dell’interno e Cienfuegos su quello delle comunicazioni).

Il Mausoleo del Che a Santa Clara (luogo non casuale, visto che la città fu sottratta alle forze di Batista proprio dalle truppe guidate da Ernesto Guevara) è l’apoteosi della sacralità a cui si accennava precedentemente: qui riposano le sue spoglie, assieme a quelle dei combattenti che lo accompagnarono in Bolivia. Vi si entra in punta di piedi e in silenzio, come si farebbe in una chiesa o in un santuario; e come spesso accade in questi luoghi, è proibito scattare fotografie.

Al mausoleo è annesso poi un museo che conserva oggetti e fotografie che ripercorrono la vita del Che: un’esposizione di stampo molto classico, per certi versi iconograficamente meno potente ma pur sempre destinata a diffondere un’immagine mitica di Guevara, sommo difensore – per il popolo cubano – di quella rivoluzione perennemente minacciata e per questo perennemente da difendere.

Ed è la rivoluzione stessa ad essere davvero un fenomeno pop a Cuba, con un’ostentazione dalle sembianze così semplici e genuine da travalicare i limiti della mera propaganda. Ciò nonostante è fin troppo naturale domandarsi cosa resti davvero di essa a distanza di quasi sessant’anni. Forse solo dei volti sui muri? Non è un caso, se, in uno dei suoi brani più famosi, Daniele Silvestri canta «C’era un uomo troppo spesso solo, e ora resta solo un viso che milioni di bandiere guidò».