8 luoghi simbolici della Resistenza italiana raccontati da PopHistory

Questa storia è fatta di simboli. Ci basta ricordare una data per accendere un immaginario e ci basta aggiungere un concetto per dargli profondità. La data è quella del 25 aprile 1945 e il concetto è l’antifascismo. Sono queste le coordinate che tracciano un percorso fatto di eventi, luoghi e persone. Percorreremo la penisola, da sud a nord, seguiremo le operazioni militari dell’esercito alleato mentre cittadini, partigiani, più o meno organizzati con forza, tattica e sapienza tessevano la trama dell’Italia che sarebbe stata. Tutti pensiamo di conoscerla, eppure ogni volta ci riserva delle sorprese. La Resistenza non è solo Bandiera Rossa e Bella Ciao, è un luogo vivo e ideale scritto nella nostra Costituzione e fatto di stadi, ville, cascine, conventi, fortezze, piazze, sentieri e cippi dimenticati. Quella che state per leggere è un storia di otto luoghi simbolici testimoni di quelle vicende. PopHistory vi accompagnerà in questo percorso nella Resistenza e lo farà grazie al collegamento con vari prodotti culturali che i nostri soci hanno selezionato. Non ci resta che augurarvi buona lettura e buon viaggio! #Pop8

#1 – STADIO ARTEMIO FRANCHI – FIRENZE

Lo stadio Artemio Franchi nel 1941 (foto di pubblico dominio tratta dal sito https://it.wikipedia.org/wiki/Stadio_Artemio_Franchi#/media/File:Artemio_Franch.jpg)

Lo stadio Artemio Franchi, situato nel quartiere fiorentino di Campo di Marte, è un luogo sicuramente noto per le vicende sportive e calcistiche, ma probabilmente meno per un episodio avvenuto il 23 marzo 1944 e che è probabilmente l’episodio più noto legato alla renitenza alla leva durante la Seconda guerra mondiale in Italia.

Nei pressi dello stadio vengono fucilati per rappresaglia Leandro Corona, Ottorino Quiti, Antonio Raddi, Adriano Santoni e Guido Targetti, 5 giovani che avevano rifiutato la chiamata alle armi della Repubblica sociale italiana, che prevedeva l’arruolamento forzato di tutti i nati negli anni 1923, 1924, 1925.

L’esecuzione avviene per mano fascista e ha intenti intimidatori: la popolazione è costretta ad assistervi, insieme ad altri giovani arruolati, e questo scuote enormemente tutta la cittadinanza. A difendere invece l’esecuzione, quasi a rivendicarla, fu invece il filosofo e ministro dell’istruzione Giovanni Gentile, che anche per questo viene in seguito assassinato dai GAP fiorentini.

Tre di loro scrissero sicuramente un’ultima lettera: gli scritti di Targetti e Corona sono pubblicate nella raccolta “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” di Malvezzi e Pirelli; il volume “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza” di Mimmo Franzielli conserva invece quella di Quiti e non quella di Corona. La banca dati www.ultimelettere.it le ha infine tutte e tre.

 

#2 – VILLA GENTILI – RIMINI

Foto tratta da ResistenzamAPPe.it

La Seconda guerra mondiale interrompe bruscamente il turismo balneare riminese e cambia notevolmente l’aspetto della zona costiera. Ville e alberghi vengono requisiti e riconvertiti per le esigenze belliche.

Tra questi, Villa Gentili, edificata a fine Ottocento accanto agli omonimi cantieri navali, punta di spicco della nascente industria navale riminese. Nel 1942 i cantieri vengono acquisiti da una società bergamasca. In seguito all’8 settembre 1943, la villa diventa una base tedesca.

I bombardamenti del 1944 danneggiano gravemente l’edificio. All’indomani della Liberazione, il 22 settembre, in questi locali si tiene un incontro tra il CLN riminese e il comandante alleato, per discutere della nomina della nuova giunta cittadina. Le consultazioni porteranno alla nomina a Sindaco del socialista Arturo Clari, già sindaco di Rimini prima dell’avvento del fascismo.

Il film Estate violenta (1959) del regista Valerio Zurlini racconta questo momento di rottura attraverso le vicende di Carlo, figlio di un gerarca fascista della città che fu di Federico Fellini.

https://www.ivid.it/trailer/film/1959/estate-violenta/trailer-italiano-20111.html

 

 #3 – FORTE UMBERTO I – ISOLA PALMARIA, LA SPEZIA

L’isola di Palmaria vista dalla vicina Portovenere (immagine di pubblico dominio tratta dal sito https://www.flickr.com/photos/vengomatto/3566342498)

Tra il 1943 e il 1945 la storia della Resistenza spezzina passa anche dall’isola Palmaria, posta di fronte alla città. La zona più protetta e fortificata dell’intera provincia proprio perché in posizione strategica all’imbocco del golfo, dove risiedeva l’Arsenale Militare della Marina.
Oltre alle batterie per la contraerea e antinavale esiste anche un forte, chiamato Umberto I, situato nella punta nord orientale dell’isola, ma soprattutto una detestata prigione o punto di passaggio per dissidenti e prigionieri politici in quegli anni. Cosa non nuova, poiché già nel 1923 i fascisti di Ortonovo, imprigionarono sull’isola il sindaco della Spezia (1915 -1917).
Anche persone di umili origini come Liliana Maranini, una delle numerose deportate spezzine, fu arrestata dalle SS tedesche il 31 agosto 1944 sull’isola, dove prestava servizio come cuoca, e racconta di diversi prigionieri antifascisti che passarono dalla Palmaria.

Oltre ai militari l’isola era popolata dai lavoratori di ditte esterne o affiliate ai tedeschi e questi uomini, che lavoravano alle fortificazioni, erano soliti fornire informazioni precise ai partigiani locali della vicina PortoVenere sulle posizioni e funzionamento degli armamenti.

Il fascino di camminare su quei sentieri, come la celebre Scala dei Condannati, e girovagare per i bunker, fortificazioni e il forte ci raccontano anche un poco di Storia e Resistenza.

Questo breve video ce lo racconta https://www.youtube.com/watch?v=ADbRY6bWsF8

 

#4 – COMPLESSO DI SAN GIOVANNI IN MONTE – BOLOGNA

Il chiostro del dipartimento di Storia dell’Università di Bologna (foto di pubblico dominio tratta dal sito https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Giovanni_in_Monte)

Ogni luogo ha una sua storia, cambia e si trasforma nel tempo, ma ci sono anche luoghi che hanno fatto la storia, per quello che hanno rappresentato o per gli eventi che vi si sono svolti, e poi ci sono le facoltà di storia dove…si studia la storia! Ma esiste un luogo che raccolga in sé tutte queste storie? Certo! È il complesso di San Giovanni in Monte, nel centro di Bologna, un ex convento cinquecentesco che oggi ospita il Dipartimento di storia dell’università felsinea ma che durante la seconda guerra mondiale fu usato come carcere, per rinchiudere prigionieri di tutta la regione.

Fra l’8 settembre 1943 e la Liberazione, nelle celle di San Giovanni in Monte furono rinchiusi oltre 7.000 detenuti, sotto autorità sia italiana che tedesca; si trattava soprattutto di partigiani, antifascisti, renitenti al servizio militare e al lavoro o civili vittime dei rastrellamenti, ma fu anche il luogo di concentramento per molti ebrei destinati allo sterminio. Proprio per l’importanza di questo luogo nella lotta di liberazione i partigiani della 7a Gap, fingendosi repubblichini, assalirono il carcere la sera del 9 agosto 1944, permettendo l’evasione di molti prigionieri della sezione maschile, con “un colpo d’audacia che ha dell’inverosimile”, come scrisse la stampa clandestina dell’epoca.

La puntata La Liberazione di Bologna del programma Wikiradio ce lo racconta

 

#5 – PIAZZA GRANDE – MODENA

Piazza Grande a Modena. Nell’angolo tra il Duomo e il Palazzo vescovile vi è la targa in memoria della fucilazione del 10 novembre 1944 (immagine di pubblico dominio tratta dal sito https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Piazza_Grande,_Modena.jpg)

È la mattina del 30 luglio 1944 e piazza della Repubblica (oggi piazza Grande) a Modena vive il caratteristico viavai del luogo di aggregazione e di scambio per antonomasia. Ma questa non è una mattina come le altre.

Dopo un sabotaggio ad automezzi tedeschi ad opera dei partigiani della città, il Comando delle SS di Bologna, per reazione, ordina il prelievo dalle carceri di venti cittadini e partigiani, che quella mattina vengono fatti sdraiare proni su due file, uno di fianco all’altro, e uccisi con un colpo alla nuca. I loro corpi saranno lasciati esposti fino al giorno seguente, per dare la maggiore visibilità possibile alla “forza” del potere nazifascista. Uno dei luoghi più rappresentativi della vita cittadina diventa per tedeschi e fascisti il teatro delle pratiche più spietate di violenza. Una violenza che si inasprisce ancora di più nel corso dell’autunno.

Dopo l’uccisione di quattro fascisti, il 10 novembre il comando della Guardia nazionale repubblicana decide di fucilare i gappisti Emilio Po, Alfonso Piazza e Giacomo Ulivi, inscenando un macabro rituale: i condannati sono caricati su un camioncino che dall’Accademia militare lentamente raggiunge la piazza principale, scortato da un reparto appiedato che canta inni fascisti.

A simili scene terribili assiste Libera Valente, il personaggio interpretato da Claudia Cardinale nel film Libera, amore mio! diretto da Mauro Bolognini e uscito nelle sale nel 1975. Il film completo è disponibile al link https://bit.ly/Liberaamoremio.

 

#6 – CIPPO PARTIGIANO SUL MONTE GIOGO – PIACENZA

(foto dell’autrice)

Piacenza e il suo Appennino sono stati per il periodo 1943-1945 una zona densa di attività partigiana, quasi c’è l’imbarazzo della scelta tra tutti i luoghi possibili. Ma un luogo insolito legato alla Resistenza è un piccolo cippo partigiano sull’Appennino piacentino. E’ dedicato a Rino Cavaliere, giovanissimo partigiano della 38ma Brigata Garibaldi, caduto nel gennaio 1945 nel corso di un grande rastrellamento nazifascista. Vuole essere un modo per incoraggiare a riscoprire e prendersi cura di tutti quei cippi dimenticati che costellano le nostre colline e montagne – luoghi dei ribelli della Resistenza – e sulle grandi strade, come la Via Emilia, dove i partigiani facevano spesso rischiose “puntate” contro i convogli nemici. Questo luogo si abbina a una canzone, “Storia di Gino” di Murubutu, che racconta la storia di un giovanissimo partigiano, ucciso dai tedeschi della Divisione Göring nel corso di un rastrellamento, che potrebbe essere proprio quel Rino Cavaliere al quale è dedicato il cippo sul Monte Giogo. La canzone si conclude con la triste domanda: “Cos’è rimasto di Gino? Un cippo in marmo bianco eretto in cima all’Appennino”.

https://www.youtube.com/watch?v=juG_nHlYWC4

 

#7 – CASCINA ASSIANO – MILANO

(foto dell’autore)

Campagna lombarda, esterno giorno. Come non pensare subito a una cascina immersa nella quiete dei campi? Ecco, questi insediamenti produttivi rappresentano l’immaginario attorno a cui si sono intrecciate le vicende del mondo contadino per secoli. Unico presidio sfruttabile anche negli anni della guerra. Lontane dalla città erano luoghi perfetti per nascondersi, ma anche per pianificare interventi strategici. Così il nostro luogo insolito è una cascina, una come tante, alle porte di Milano. Cascina Assiano si trovava sulla strada per Cusago, ed era compresa in quel territorio che il comando milanese delle Brigate Garibaldi chiamava “zona D”. Da qui si organizzavano le operazioni di recupero degli aviolanci alleati e, sempre qui, si raccoglievano armi e materiali destinati alle brigate in val d’Ossola. Merito del “gruppo Assiano”, sorto nella primavera del 1944, di cui gli antifascisti fucilati quell’anno in viale Tibaldi facevano parte. Questo fu anche il luogo scelto per la breve prigionia, prima della fucilazione, di Luisa Ferida e del compagno Osvaldo Valenti, noti divi del cinema, lui tenente della X° Mas. Un breve passaggio che non è sfuggito all’occhio del regista Marco Tullio Giordana nel suo film Sanguepazzo (2008), che dei due attori ne ricostruisce le vicende degli ultimi anni di vita.

https://www.youtube.com/watch?v=RHFUNBvy7Rg

 

#8 – SENTIERI E STRADE D’ITALIA

Sfilata del Comitato Volontari della Libertà, Milano, 6 maggio 1945 (immagine di pubblico dominio tratta dal sito https://it.wikipedia.org/wiki/Ferruccio_Parri)

La Resistenza in Italia è durata ventidue mesi, dall’8 settembre 1943, giorno dell’Armistizio con le potenze anglo-americane, al 25 aprile 1945, giorno in cui il generale Raffaele Cadorna “Valenti” proclamò l’insurrezione generale a Milano. La Liberazione è arrivata, insieme alla Pasqua e alla primavera, diventando per gran parte dei cittadini italiani una possibilità di tornare ad agire, pensare e vivere in modo libero dopo più di vent’anni di fascismo.

Questo è stato possibile grazie a migliaia di persone, donne e uomini, che si sono organizzate, scegliendo da che parte stare, esponendosi a rischi e pericoli e lo hanno fatto percorrendo strade e sentieri in tutto il Paese, nelle città, nelle campagne e sui monti, con la neve e con il sole, a piedi e in bicicletta, portando messaggi, armi e viveri.

Prendiamo quindi il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino come simbolo di tutti i percorsi battuti per arrivare alla Liberazione. Percorsi che magari erano stretti, conosciuti da pochissimi, ma che sono stati lo stesso importanti per arrivare a questo giorno, un passo dopo l’altro. Sul sito di RaiPlay Radio si trova l’audiolibro completo, mentre i Modena City Ramblers gli hanno dedicato il bellissimo brano Il sentiero.

Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva. Ci sono strade che lui solo conosce e che gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c’è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l’unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin.