Conferenza di Public History 2018

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11-15 GIUGNO| Dip. di Civiltà e Forme del Sapere, Università di Pisa

PopHistory sarà presente anche quest’anno alla Conferenza italiana di Public History organizzata dall’AIPH (Associazione italiana di Public History) a Pisa dall’11 al 15 giugno 2018.

L’associazione coordinerà due panel:

AIPH33 – La Storia al tempo dei meme. Una sfida per la Public History tra potenzialità divulgative e rischi di semplificazione
Coordinatore: Francesco Mantovani, PopHistory.
Mercoledì 13 Giugno 2018 | h. 08.30 – 10.00 | Aula PAO C2
Temi: Narrazioni, Web, Digital Media

 

Interventi:

Gabriele Sorrentino, PopHistory
É possibile raccontare Roma e il Medioevo attraverso i meme? Potenzialità e problematiche

Matteo Di Legge, PopHistory
Battlefields of meme – La storia militare tra meme e rap battle

Igor Pizzirusso, Istituto Nazionale Ferruccio Parri
Meme Frego? La semplificazione – non sempre ironica – dei grandi totalitarismi del Novecento

Iara Meloni, Istituto Nazionale Ferruccio Parri
La Prima Repubblica non si scorda mai. Dal “socialismo gaudente” allo scandalo di Tangentopoli attraverso i meme

ABSTRACT

All’interno del vasto panorama dei cosiddetti fenomeni di Internet con i quali la public history può e dovrebbe confrontarsi, i meme occupano un posto di primo rilievo, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Tuttavia, se escludono le recenti ricerche di Gabriella Coleman, Linda K. Börzsei, Angela Nagle e Alessandro Lolli, né la loro fenomenologia né il loro sviluppo sembra aver incontrato particolare interesse da parte dei cultural studies. A differenza degli altri contenuti virali diffusi sul web, i meme non mirano semplicemente a riprodursi, cioè a “infettare” gli utenti che li ripropongono senza modificarli, quanto a reinventarsi grazie all’attività degli utenti stessi, produttori e consumatori al tempo stesso (prosumer). Si tratta in realtà di un prodotto culturale complesso, generato dall’unione fra più unità semantiche, tipicamente una o più immagini accompagnate da didascalia: il processo di decodifica di tali stratificazioni ironiche o meta-ironiche è – nella maggioranza dei casi – il motivo della risata (A. Lolli, 2017). A partire quindi dalle cosiddette «cornici memetiche», cioè la parte fissa dei meme, si sono sviluppate nel corso degli anni varie serie, o “famiglie”, memetiche: dagli Advice Animals fino alle Rage Comics, passando per le Immagini Macro. Una volta approdate sui social network come Facebook, molte di queste serie sono state riprese in numerose pagine o gruppi, abbracciando così una vasta serie di tematiche, tra cui anche la storia: come negli altri casi, l’accostamento di immagini o scritte appartenenti alla cultura “pop” a contenuti storici provoca nella maggior parte dei casi la risata. Alcuni di questi riescono addirittura a riassumere – seppur in maniera semplificata – questioni storiche anche molto complesse: non è quindi escluso che i meme possano fornire strumenti utili per parlare di storia con un pubblico che ha dimestichezza coi linguaggi del web.

Non mancano tuttavia alcune problematiche di particolare interesse per la public history. Da un lato la scomparsa (o il difficile reperimento) della figura dell’autore: i meme sono opere open source in costante mutamento, frutto della creatività collettiva. Pertanto, chi sono i memer (i rielaboratori di meme) di gruppi Facebook come History Meme, Apostrofare Catilina o Prima Repubblica – Operazione Nostalgia? In secondo luogo, come mostrano le vicende delle cosiddette Great Meme Wars del 2014 e del 2016, alcuni forum sui quali sono nati i meme (4chan in primis) si sono dimostrati vere e proprie «palestre politiche» (A. Lolli, 2017) per una generazione di utenti: l’anonimato radicale tipico di tali piattaforme e l’utilizzo di meme in reazione al presunto buonismo mainstream dei media ufficiali ha fatto sì che l’Alt-right anglosassone trovasse proprio nei meme un utile strumento di battaglia culturale e politica. È possibile che anche per quanto riguarda la percezione e la conoscenza della storia i meme portino a semplificazioni se non a strumentalizzazioni del passato?

Gli interventi dei relatori saranno quindi volti a mettere in luce i possibili rischi e i punti di forza che i meme hanno per una narrazione digitale – e non solo – della storia.

AIPH23 – Monumento in movimento: riqualificazione e risignificazione di opere monumentali in Italia
Coordinatrice: Marta Gara, Università Cattolica del Sacro Cuore.
Giovedì 14 Giugno 2018 | h. 08.30 – 10.00 | Aula PAO C2
Temi: Storia e Memoria, Monumenti e luoghi di memoria, Digital Public History

 

Interventi:

Giorgio Uberti, PopHistory
Il progetto Monumento_specific: un nuovo rapporto tra i monumenti e i cittadini nella città di Milano

Andrea Di Michele, Libera Università di Bolzano
Fare i conti con il fascismo di pietra. Il caso di Bolzano

Giulia Dodi, PopHistory
Un monumento virtuale per legare spazio fisico e digitale nel ricordo dei caduti della Prima Guerra Mondiale

Maria Elena Versari, Carnegie Mellon University
Iconoclastia, oblio, normalizzazione e privatizzazione: problemi ideologici della conservazione monumentale in Italia

ABSTRACT

Negli ultimi anni il valore pubblico e sociale dei monumenti del passato è tornato ad affermarsi nel dibattito pubblico a livello internazionale. Era il marzo del 2015 quando in Sudafrica scoppiava il movimento di protesta #Rhodesmustfall, finalizzato alla rimozione della statua di Cecile Rhodes dall’Università di Cape Town per dimostrare l’esigenza di un’educazione liberata dagli stigmi del colonialismo. Nell’agosto 2017 una campagna simile ha interessato i monumenti confederati statunitensi, concentrandosi a Charlottesville, Virginia, dove ci sono stati violenti scontri tra chi si batteva perché le statue erette alla fine dell’Ottocento in omaggio all’esercito confederato restassero al loro posto e chi invece pretendeva la rimozione in quanto effigi di un regime suprematista bianco. In Italia a mettere in discussione il rapporto del Paese con i monumenti dell’epoca fascista ancora in piedi è stato l’articolo della storica americana Ruth Ben-Ghiat, apparso sul New Yorker il 5 ottobre 2017, sollevando una grande eco mediatica e culturale. Emerge dunque la necessità di una riflessione sugli strumenti di interpretazione dei monumenti come simboli storici dinamici e sulle pratiche di public history attuabili per affrontare tale questione.

Un monumento è il prodotto pubblico e tangibile di un ricordo, di una commemorazione, dell’enfasi politica su un dato fatto o periodo storico e della socializzazione di valori che ne è scaturita. Per questo il significato di un monumento è sempre soggetto alla variabile del tempo. Non solo per il naturale deperimento dei materiali che negli anni compromette la lettura del monumento, ma anche e soprattutto per il modificarsi del contesto memoriale in cui esso viene inserito. Il motivo della commemorazione di personalità, gesta, vittime o eventi all’origine della costruzione di un monumento tende ad essere percepito in modo differente al variare dei valori aggreganti delle comunità locali e nazionali che vi vivono attorno. Perciò si ritiene che il monumento, pur conservando le peculiarità del manufatto, sia soggetto ad assumere significati cangianti, in movimento con le molteplici identità diacroniche e sincroniche del tessuto sociale in cui è posto.

La partecipazione attiva delle comunità alla semantica monumentale rende i segni tangibili delle commemorazioni degli oggetti d’interesse per la public history. In particolare la disciplina può farsi tramite di interazione tra i monumenti e gli individui che li osservano o, in alcuni casi, li dimenticano, promuovendo delle pratiche di ri-significazione e riqualificazione di monumenti esistenti o stimolando la creazione di nuovi supporti commemorativi. Il presente panel intende introdurre quattro esperienze italiane che vanno in questa direzione, discutendo progetti multidisciplinari che riguardano cornici storiche e geografiche differenti del nostro Paese. Si prevede inoltre una riflessione conclusiva sulle sfide che la conservazione dei monumenti incontra oggi da un punto di vista storico-artistico, in modo non solo da riunire in un’unica cornice gli spunti e le criticità incontrate dalle pratiche professionali introdotte ma anche di aprire un dialogo con la storia dell’arte, dato il confronto obbligato del public historian con manufatti per lo più caratterizzati da elementi di arte pubblica.