Bohemian Rhapsody

#popreview, film

di Gabriele Sorrentino

“Bohemian Rhapsody”
(2018, regia di Bryan Singer)

Con oltre 670milioni di dollari di incasso, Bohemian Rhapsody è il biopic (cioè il film biografico) col maggiore incasso di sempre[1]. Eppure il film sui Queen – o, meglio, sul loro immortale leader – ha avuto una gestazione piuttosto complessa. Nel 2010 era lo stesso chitarrista della Band, Brian May, ad annunciare il progetto, con la sceneggiatura affidata a Peter Morgan (già autore di The Queen e Frost/NixonIl duello) e la parte di Freddie a Sacha Baron Cohen (l’attore di Borat). Inizialmente le riprese erano fissate per il 2011, ma al 2013 nulla era ancora stato fatto e Cohen si ritirava per divergenze artistiche con la band[2]. Alla fine del 2015 la sceneggiatura veniva riscritta da Anthony McCarten (La teoria del tutto e L’ora più buia), infine ulteriormente ritoccata. Il 4 novembre 2016 veniva poi annunciato che la New Regency e la GK Films avrebbero prodotto la pellicola, insieme a Queen Films Ltd e che la distribuzione sarebbe stata della 20th Fox. Le riprese iniziavano nei primi mesi del 2017, con Rami Malek (Mr Robot) nei panni di Freddie Mercury e Bryan Singer (Operazione Valchiria, I Soliti Sospetti) alla regia. Il 4 dicembre 2017 la 20th Century Fox annunciava il licenziamento di Singer, dopo che un’assenza ingiustificata aveva bloccato le riprese per una settimana, richiamando al suo posto Dexter Fletcher, per finire le riprese e seguire la post-produzione; ciò nonostante, l’unico accreditato alla regia del film è comunque proprio Singer.

Insomma, questo film che ha tra i suoi produttori due dei Queen superstiti – Brian May e Roger Taylor – nonché Jim Beach, storico produttore della band, ha avuto una gestazione complessa, che occorre tener presente quando lo si valuta dal punto di vista della “tenuta” biografica e, quindi, dal punto di vista storico. La scelta del film di raccontare,  infatti, la quasi integrale epopea di Freddie Mercury, da inserviente all’aeroporto di Heathrow a star della musica globale, da un lato consente ai fan di godere ancora una volta delle immortali performance canore del front man, ma sacrifica la ricostruzione di una personalità complessa che, a sua volta, interagiva con altre personalità altrettanto sfaccettate: e così, per esigenze narrative, Brian May, Roger Taylor e John Deacon finiscono per rimanere un po’ sullo sfondo.

Dal punto di vista cinematografico, nonostante la complessa gestazione, il film funziona e regala 134’ di gran ritmo, con scenari mozzafiato e riproduzioni impressionanti delle performance dal vivo della band. Il film ruota intorno al Live Aid, il concerto tenutosi il 13 luglio 1985 in diverse località, tra cui lo Stadio di Wembley. L’evento – organizzato da Bob Geldof dei Boomtown Rats e Midge Ure degli Ultravox, allo scopo di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia – è diventato uno dei più grandi eventi rock della storia, tale da caratterizzare gli anni Ottanta. Quel concerto consacrò i Queen come una delle più grandi band live della storia e, inoltre, consentì al gruppo di porre rimedio a un errore diplomatico, quello di aver suonato in Sud Africa[3] (1984) durante l’apartheid.

Il film comincia proprio con l’entrata sul palco del concerto di Wembley, sviluppandosi poi come un lungo flashback che ripercorre la vita di Freddie, la formazione della Band e la sua storia per poi concludersi infine con l’esibizione del 1985. Nel film il Live Aid è un vero e proprio momento di redenzione della band dopo un periodo buio e tutta la narrazione converge sul concerto. Questa scelta ha costretto gli sceneggiatori a comprimere e semplificare molti passaggi importanti della storia del gruppo e del suo leader. Tra questi basti ricordare l’incontro con Mary Austin, che nella realtà originariamente si frequentava con May, e che nel film invece è subito attratta da Freddie; o ancora l’incontro di Freddie con Roger e Brian, che avviene in pochi istanti, nei quali il gruppo comincia subito ad esibirsi insieme. Si tratta di semplificazioni tutto sommato innocue che non cambiano la sostanza dei fatti, così come funzionale alla trama è l’introduzione del personaggio (inventato) di Ray Foster, interpretato da un ottimo Mike Myers, che costituisce una figura ambivalente e utile allo sviluppo della storia. Anche l’incontro di Mercury con il compagno Jim Hutton avviene in maniera fortuita nel film, dove è raffigurato quasi come una sorta di angelo custode che darà a Freddie la forza di uscire dal baratro in cui era precipitato. Nel film la band si scioglie dopo Hot Space (1982), prevalentemente per colpa di Paul Prenter (il manager di Mercury) e della sua influenza nel portarlo al suo primo disco solista Mr. Bad Guy (1985), e si riunisce in occasione del Live Aid dopo il licenziamento dello stesso Prenter, che aveva provato a nascondere l’invito a partecipare al grande concerto di beneficenza. È sempre prima del Live Aid che, nella finzione, Mercury confessa alla band di aver contratto l’AIDS.

Proprio la figura storica di Paul Prenter – interpretato da Allen Leech (Roma e Downtown Abbey) – è quella che risulta più colpita dagli sceneggiatori. Prenter è storicamente un nome mal visto dai fan dei Queen perché a lui si deve l’introduzione di Freddie in un mondo fatto di eccessi che fu poi causa della sua tragica scomparsa. La classica cattiva compagnia che ha speso il proprio tempo per sfruttare una persona da cui era considerata anche una sincera amicizia. Nel film questo suo ruolo è sclerotizzato al massimo, tanto da trasformarlo in un intrigante Lucignolo, causa di ogni male di Freddie. Se è vero, però, che Prenter rivelò ai giornali la vita segreta di Mercury (nel 1987 e non nell’1985), è anche vero che la “Discesa agli Inferi” di Freddie probabilmente non può essere ridotta alle colpe di una semplice cattiva compagnia. È una rappresentazione che non rende giustizia al tormento interiore che quella stessa “discesa” ha mostrato nell’artista, autore di Bohemian Rapsody, Somebody to Love e Love of My Life, ovvero pezzi in cui questo tormento è piuttosto evidente.

Forse è qui che il film pecca di coraggio, perché, pur non nascondendo i problemi di Freddie, li riduce ad alcune cattive amicizie, facendo tutto sommato un’operazione consolatoria. La distanza – evidente – tra la band e Prenter tende, inoltre, a creare una divisione un po’ manichea tra la “famiglia” di Freddie (i Queen e Mary Austin) e il rovinafamiglia, contrasto ancora più netto nel confronto con Jim Hutton, che inveceviene universalmente accettato sia nel commuovente momento a “casa Mercury” che precede il concerto, sia nella toccante scena finale dei camerini del Live Aid. L’impressione è che la Band abbia voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma anche fornire una chiave consolatoria della “caduta” del suo leader.

Da questa scelta, derivano le successive.

I Queen non si erano per nulla sciolti dopo Hot Space – nonostante l’album fosse stato un insuccesso per i loro standard – e, anzi, avevano pubblicato The Works (1984), il cui tour era terminato pochi mesi prima del Live Aid. Non è chiaro, infine, quando Freddie abbia contratto l’HIV. Nel film il cantante rende partecipi i tre amici della propria malattia prima del Live Aid, anche se probabilmente non si ammalò prima dell’1986/1987, pur avendo verosimilmente subito il contagio del virus qualche anno prima. Di certo, le biografie, più informate sostengono che Freddie confessò la malattia alla band non prima del 1986 (Brian May in un’intervista raccontò che Mercury rivelò di non essere più in grado di suonare dal vivo dopo il Magic Tour del 1986), forse addirittura nel 1989, chiedendo loro di mantenere il segreto fino all’annuncio ufficiale del 1991. Anche in questo caso, però, la scelta narrativa di far esibire i Queen al Live Aid consapevoli della malattia dell’amico è di grande forza evocativa e funziona, senza stravolgere i fatti in maniera eccessiva. Più discutibile la decisione di addossare ancora a Prenter i problemi che i Queen ebbero a partecipare al Live Aid. Il manager è accusato di non aver mai comunicato a Freddie la richiesta di Geldof, quando, invece, era la band a nutrire qualche dubbio, visto che si trattava di brevi esibizioni[4].

Nonostante queste licenze poetiche e qualche eccesso agiografico, comunque, Bohemian Rapsody funziona e rende abbastanza bene ciò che sono stati i Queen e ciò che è stato Freddie Mercury per la storia della musica. Rami Malek è credibile nel ruolo del front man (da Oscar, nonostante il fisico smilzo), così come lo sono Gwilym Lee (Brian May), Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon) in quello dei restanti membri della band. Bellissimo il personaggio di Mary interpretato da Lucy Boynton. La narrazione è potente e sembra di essere sul palco con i Queen.


Note

[1] https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2018/12/27/news/_bohemian_rhapsody_il_film_piu_visto_del_2018-215262967/ url consultata il 4 gennaio 2019

[2] .In una successiva intervista, Cohen avrebbe dichiarato che la divergenza era sorta sul suo desiderio di esplorare in maniera approfondita le zone d’ombra della vita privata di Freddie: https://www.youtube.com/watch?v=xq-M4JA3fIU

[3] https://www.rollingstone.com/music/music-news/queens-tragic-rhapsody-234996/ url consultata il 4 gennaio 2019

[4] Beppe Riva, We Will Rock You, Milano, Arcana, 2005, pp. 20-22