Canale Mussolini

#popreview, romanzo

di Silvia Lotti

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Arnoldo Mondadori Editore, 2010

Questo libro sa di casa. O meglio, ci si può leggere qualcosa di familiare, che però è stato portato lontano: la sorpresa è stata quella di capire che poteva essere la storia della mia famiglia. Lo dice anche l’autore nella prefazione: non esiste nessuna famiglia Peruzzi, ma è anche vero che non esiste una famiglia di coloni veneti, friulani o ferraresi a cui non siano capitate almeno alcune delle cose qui raccontate. Solo in questo senso i fatti narrati sono veri.

Canale Mussolini è una di quelle saghe familiari che coinvolgono dalla prima all’ultima pagina, come può essere Cent’anni di solitudine, in cui ognuno di noi può trovare una sfumatura di sé, in un fatto accaduto, nel rapporto con un parente, in un modo di vivere.

È la storia, raccontata da un nipote, di un imponente nucleo familiare composto dai due vecchi genitori e da una schiera di diciassette figli, tra i quali emergono i primi nati, come Pericle, Temistocle, Adelchi, Iseo, Treves e Turati tra i maschi, Modigliana, Bissolata e Santapace tra le femmine. È la storia d’Italia tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, tra le cui pieghe si incontrano temi ed eventi che, in un qualche modo, risuonano dentro ognuno di noi: la mezzadria, Giolitti e il mancato accordo con i socialisti, l’avvento del fascismo, la quota 90, l’Agro pontino bonificato, l’incontro tra nord e sud – i cappelletti e le olive -, la zanzara anofele e la malaria, le guerre in Africa, in Albania e in Russia, la seconda guerra mondiale e la sua fine.

È la storia onesta e sincera di una famiglia di semplici e infaticabili contadini, che, in modo altrettanto semplice e onesto, da socialisti convinti quali erano, appoggiano la nascita del fascismo e diventano fedeli sostenitori di Mussolini: mezzadri completamente rovinati dai meccanismi della “quota 90”, trovano un’opportunità per ricominciare con l’assegnazione di un podere nell’Agro pontino, dimenticandosi apparentemente che tale meccanismo finanziario era una trovata proprio del Duce. Ad ogni modo, ricambiano la loro incrollabile lealtà inviando sempre almeno un figlio a combattere in una qualche campagna militare all’estero – da cui non tutti torneranno –, mentre il nipote più grande sarà arruolato nell’esercito di Salò. Colpisce la naturalezza con cui questi contadini, che tengono di più alle vacche che a un trattore nuovo, si lasciano coinvolgere dal fascismo, perché conoscono di persona Rossoni e Mussolini, prestandosi come picchiatori in camicia nera o obbedendo alle direttive dell’Opera Nazionale Combattenti nella coltivazione del podere dopo la bonifica. Non c’è accusa, non c’è condanna, c’è però la richiesta di mettersi in ascolto e comprendere. Ognuno gà le so razon ripete sempre lo zio Adelchi. E da lettrice mi sono attenuta alla richiesta, è l’unico modo per potersi affacciare sul passato, anche se è doloroso e fonte di conflitto.

Ma la vera potenza del romanzo sta nella lingua, divisa anch’essa come la famiglia Peruzzi, tra le origini veneto-ferraresi e il trasferimento nel Lazio. È una lingua popolare, colloquiale, energica e dolce allo stesso tempo, tutto un testa de casso e un fiol de can. Sembra che le domande che il narratore pone, le stia rivolgendo proprio a te che stai leggendo: Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no? Se non era per la fame restavamo là. Quello era il paese nostro. Perché dovevamo venire qui? Lì eravamo sempre stati e lì stavano tutti i nostri parenti. Conoscevamo ogni ruga del posto e ogni pensiero dei vicini. Ogni pianta. Ogni canale. Chi ce lo faceva fare a venire fino a qua?

Sembra quasi di sentir raccontare il filò davanti a una casa colonica, in una fresca serata d’estate.

Maledeti i Zorzi Vila…e un grazie infinito al coraggio dell’Armida.