Carthago: il duello tra Annibale e Scipione

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Annibale attraversa il Rodano.
Di Henri-Paul Motte – Scan book, Pubblico dominio, Collegamento

di Andrea Oldani e Gabriele Sorrentino

“Cartagho”
(2009, di Franco Forte)

Carthago è un romanzo storico scritto da Franco Forte, ambientato durante la Seconda Guerra Punica, e incentrato sulle vicende che ebbero come protagonisti Annibale Barca e Publio Cornelio Scipione detto in seguito l’Africano.

Da dove prende avvio la leggendaria sfida tra questi due celebri personaggi?

236 a.C., Iberia inferiore. Tra le rovine di quello che erano un avamposto militare romano si aggirano vittoriosi i soldati cartaginesi. Un giovane ragazzo è condotto da suo padre dinnanzi all’ultimo legionario sopravvissuto che, come disperato gesto per salvarsi la vita, tiene in ostaggio una giovane fanciulla. Al fianco del ragazzo suo padre, il generale cartaginese Amilcare Barca, sta instillando nel figlio un odio quasi ossessivo nei confronti del nemico della sua gente: Roma, la città che stava distruggendo e minando la supremazia di Cartagine. Annibale deve imparare a conoscere e a non fidarsi di questo nemico poiché secondo Amilcare dei romani non bisogna fidarsi nemmeno quando sono morti. Ed è proprio lì che Amilcare spinge il figlio: ad uccidere il legionario. Annibale, ignorando le suppliche del legionario, gli si avventa contro uccidendolo e salvando la giovane ragazza. L’autore, Franco Forte, si immagina così quello che da Polibio in poi gli storici antichi hanno definito il “giuramento di Annibale”: un giuramento avvenuto non nei templi di Baal o Tanit, ma sul campo di battaglia, tra sangue, sudore e l’atto eroico del salvataggio della futura moglie Himilce della tribù dei Betici.

222 a.C., Roma. Il giovane Publio Cornelio Scipione passa le sue giornate in maniera spensierata, godendosi gli agi della Domus Scipionis, andando al mercato degli schiavi con la madre e per le vie di Roma con il fidato Versilio. È ignaro di quanto accadrà nel giro di qualche anno e del duello che dovrà combattere con un temibile rivale. Scipione è di dieci anni più giovane di Annibale e divenne capo della sua gens da giovane, ancora inesperto, dopo la morte in battaglia del padre e dello zio (211 a.C.).

Franco Forte propone una narrazione avvincente alternando capitoli in cui assume il punto di vista prima di Annibale e poi di Scipione. Annibale è descritto come un colosso, una montagna di muscoli, furia e acume tattico che ebbe l’intuizione di sollevare contro Roma i socii e le altre popolazioni assoggettate. Perciò era necessario battere Roma sul suo campo, in Italia, attraverso un’invasione terrestre che cogliesse alla sprovvista le legioni e non concedesse al Senato romano tempo per riorganizzarsi.

L’immagine che abbiamo di Annibale battaglia dopo battaglia, dalla presa di Sagunto e passando per la traversata della Alpi e le battaglia sul Ticino, Trasimeno e Canne è quella di un uomo sicuro di sé e pragmatico. Il protrarsi della campagna d’Italia, però, mette in evidenza anche la solitudine del generale punico: l’invasione fu un’iniziativa privata dei Barcidi, che non vennero mai appoggiati e riforniti dal senato cartaginese – eccezion fatta per il tentativo, rivelatosi poi fallimentare, del fratello Asdrubale – che non aveva intenzione di impegnarsi in un altro conflitto contro Roma.

Al contempo si può constatare la tendenza da parte dell’autore a metterne in risalto il lato più selvaggio e “bestiale” del generale punico, dovuto sia al fatto che Annibale era stato aggregato all’esercito cartaginese sin dall’età di dieci anni e sia alla necessità di trovare un “cattivo” per esaltare le doti e il carattere di Scipione. Sta di fatto che viene tralasciata l’educazione di stampo ellenistico che ricevette Annibale durante l’infanzia a Cartagine, che avrebbe dato maggiore spessore al personaggio. L’autore, quindi finisce per dipingerlo come l’ennesimo capo barbaro invasore nemico di Roma. Quest’ultimo elemento viene in parte smorzato dall’espediente narrativo che vede la moglie Himilce seguire Annibale di nascosto dall’Iberia (in realtà secondo gli storici sarebbe rimasta lì con il giovane figlio) e che restituisce al generale cartaginese una dimensione più umana e intima.

Scipione, un po’ come tutta la classe dirigente romana, è colto alla sprovvista dalla campagna di Annibale e si trova inizialmente a subire le iniziative del cartaginese. Traumatizzato dall’esperienza della battaglia sul Ticino e della ritirata dalla Gallia Cisalpina, Publio però è personaggio molto calmo che si rifà all’immagine tradizionale del vir romano votato alla pietas e al Mos Maiorum. Publio è altresì paziente: studia e cerca di apprendere quanto più possibile dal suo nemico. Scipione prende infine il comando delle legioni sconfitte da Annibile per ricostituirle e riaddestrarle e, proprio come Annibale, colpisce Cartagine nei suoi territori vitali: l’Iberia dove si riforniva di uomini e di argento e la Numidia, patria di alcuni dei migliori cavalieri del mondo antico che costituivano la spina dorsale della cavalleria punica.

A distanza di una decina di anni dalla calata dalle Alpi le sorti della guerra si sono invertite: Annibale è bloccato in Italia e per ogni città conquistata altre dieci gli sbarrano le porte o restano fedeli all’Urbe mentre Publio, presa Carthago Nova e gli ultimi territori cartaginesi in Iberia, si sta preparando a portare la guerra su suolo africano.

L’intreccio si chiude con il confronto, prima verbale e poi armato, tra i due protagonisti sulla piana di Zama (202 a.C.), che segnò la fine della Seconda Guerra Punica. Annibale concluse i suoi ultimi anni in esilio prima presso la corte di Antioco III Seleucide e poi tra Armenia e Bitinia, mentre Scipione dopo le vittorie in Asia rimase vittima dei giochi di potere interni al Senato che lo indussero a ritirarsi a vita privata. Morirono entrambi nel 183 a.C. compiendo il loro destino in perfetta simbiosi.

In generale il romanzo è ben scritto e con un ritmo avvincente e incalzante, adatto anche a studenti delle scuole superiori. Anzi, potrebbe essere un valido strumento a supporto degli insegnanti per integrare le lezioni sulle Guerre Puniche e renderle un pochino più partecipative! Si potrebbe pensare far lavorare le classi in parallelo su alcuni argomenti di storia con quelli di italiano, ricorrendo, dunque, a un approccio interdisciplinare. Sarebbe, pertanto, interessante porre gli studenti di fronte al rapporto tra romanzo storico e fonte storica, partendo proprio da queste ultime attraverso la lettura e spiegazione in classe di alcuni brani quali Livio e Polibio, a cui dare seguito con alcuni estratti del romanzo Carthago. Perché non leggere il discorso tra i due generali sulla piana di Zama? O la leggendaria traversata delle Alpi? Si potrebbe poi stimolare la fantasia e la creatività degli studenti invitandoli a scrivere, o riscrivere, questo dialogo, e magari anche a rappresentarlo, oppure utilizzare dei software di geolocalizzazione per ricostruire le tappe della campagna in Italia di Annibale.

Come già accennato sopra il punto d’arrivo deve essere la riflessione collettiva sulla differenza tra un romanzo storico, con le sue licenze poetiche e libertà, e una fonte storica. Il romanzo storico, infatti, costruisce una rappresentazione di un periodo storico, che è anche figlia del periodo in cui il romanzo viene scritto. Studiare la differenza tra fonti storiche e rappresentazione narrativa può essere un utile strumento di indagine sia dell’epoca in cui il romanzo è ambientato, sia di quella in cui è stato scritto.

In generale, poi, questo tipo di confronto tra interpretazione storiografica e rielaborazione letteraria può essere ripresa per altre figure simbolo dell’antichità quali Giulio Cesare, Ottaviano Augusto o Alessandro Magno.