Chernobyl

#popreview, serie TV

di Matteo Di Legge

Cherrnobyl
(2019)

“3,6 roentgen, non eccezionale ma nemmeno terribile.”
Boris Shcherbina

“Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.”
Robert Oppenheimer, citando il Vimana

1:23 e 45 secondi del 26 aprile 1986, Ucraina settentrionale. Nella sala controllo della centrale nucleare “V.I.Lenin” viene premuto un bottone etichettato AZ-5, e diversi piani più in basso, duecento e più barre di controllo di carburo di boro, precedentemente estratte dall’enorme cubo di grafite che confina la reazione nucleare, vengono inserite tutte insieme. La punta di queste barre, che pesano trecento chili ciascuna, non è però di boro, bensì di grafite, e impiega dieci o venti secondi a penetrare nell’alloggiamento. Il reattore, prima strozzato, poi tartassato in un esperimento criminale che esalta non solo l’incuria, ma la cieca fiducia sovietica nella tecnologia (sovietica) ed infine avvelenato da sottoprodotti di reazione e bolle di vapore acqueo ha solo bisogno di un motivo per esplodere, e glielo forniscono quelle duecento punte di grafite che lo trafiggono. La potenza sale vertiginosamente in un batter d’occhio, l’addetto alla console, Akimov, che è già morto e non lo sa, fa appena in tempo a leggere 30 GW sul display. Trenta gigawatt in un involucro creato per generarne uno, in condizioni normali. La grafite cede, si spacca, le barre di uranio naturale iniziano a fondere, creando il corium, una sorta di lava radioattiva che perfora il fondo del cubo, distruggendo i condotti di raffreddamento, l’acqua evapora, genera vapore che fa saltare il colossale coperchio del reattore, in acciaio e cemento, pesante mille tonnellate. Infine la grafite incandescente entra a contatto con l’idrogeno atmosferico, causando una seconda, monumentale esplosione, che scoperchia l’intera centrale. In quell’istante il mondo cambia per sempre.
Narrare le vicende legate al disastro nucleare più grave e terribile della storia restituendo in un colpo solo il senso di smarrimento, terrore e rassegnazione che accompagnarono gli uomini impegnati a combattere un nemico mai nemmeno visto su questo pianeta è una impresa complessa e delicata, che la miniserie prodotta da HBO porta a termine in maniera esemplare, affidandosi ad un registro che ha più del documentario che della fiction.
Ispirata agli scritti del Premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievic, che raccolse in prima persona i racconti degli abitanti di Pirpyat nel libro Preghiera per Chernobyl, la serie è un affresco lucido e agghiacciante dei fatti che seguirono il disastro del 26 aprile, raccontati senza risparmiare nulla allo spettatore. La crudezza del racconto non è però mai spettacolarizzata, bensì è funzionale alla restituzione totale di memorie reali raccolte da superstiti, testimoni e persone che hanno vissuto quegli eventi.

E’ un realismo in chiave differente, dimesso, quasi vergognoso di mostrare certe atrocità, eppure implacabile nel restituire allo spettatore quella che non è solo la tragedia quasi ignorata, al limite dell’inconsapevole, dei primi momenti, ma anche una lenta agonia, una battaglia combattuta centimetro dopo centimetro contro un nemico mortale che non si può vedere, ma che contamina ed uccide inesorabilmente qualsiasi cosa tocchi.
Sembra quasi di sentirle queste radiazioni, uscire dallo schermo e colpirci, nel fruscio incessante dei dosimetri, una vera e propria colonna sonora; ci troviamo a trattenere il respiro mentre i sommozzatori si calano nelle viscere del mostro radioattivo, perché quell’aria, quel nulla, quell’oscuro intrico di tubature è permeato di morte, così tangibile eppure così invisibile. Non respiriamo nemmeno quando i biorobot, uomini coperti di piombo dalla testa ai piedi, incespicano su di un tetto di catrame invaso da frammenti di grafite radioattiva. Ventimila roentgen, il luogo più mortale sulla terra.

Al termine di questa lotta vi è la resa dei conti, il processo ai responsabili, veri o presunti, del disastro. Chernobyl si trasforma quasi in un procedural drama, e possiamo ascoltare il professor Valery Legasov, interpretato da un Jared Harris raramente così convincente nella sua disperazione, paura ed afflizione di scienziato che sa di cosa sta parlando, mentre spiega come funziona un reattore RMBK[1], e  cosa occorre fare per farlo saltare in aria. Legasov fu aiutato nel suo compito immane da una equipe di scienziati che non potevano essere inseriti tutti nella serie, senza fare torto a qualcuno; è dunque l’unico personaggio interamente inventato della serie, la dottoressa Ulana Khomyuk, interpretata da Emily Watson, a farne le veci, assumendo il ruolo di “coscienza” di Legasov, invitandolo a denunciare le gravi mancanze del sistema sovietico, che mente anche a se stesso, ossessionato dalla possibilità di essere umiliato, che i suoi limiti, le sue fragilità e debolezze vengano portate alla luce. Lascio allo spettatore la possibilità di scoprire se Legasov ha avuto la forza di dire la verità nel paese più oscurantista del ventesimo secolo, citando però le parole di Michail Gorbačëv, scritte nel 2006:

“L’incidente di Chernobyl fu forse la vera causa del collasso dell’Unione Sovietica.”[2]

 

Esse, assieme alla mia esperienza personale di nato nel giugno dell’86, nello sguardo ancora terrorizzato di mia madre nel sentire quel nome ad oltre trent’anni di distanza, mi fa comprendere come questo sia del tutto plausibile: è esistito un mondo prima di Chernobyl, e poi uno dopo. Due mondi separati dal bottone AZ-5.


Note:

[1]https://it.wikipedia.org/wiki/Reattore_nucleare_RBMK
[2]https://economistsview.typepad.com/economistsview/2006/04/gorbachev_chern.html