Il Primo Re

#popreview, film

di Igor Pizzirusso e Gabriele Sorrentino

“Il Primo Re”
(Italia-Belgio, 2019, regia di Matteo Rovere)

Mettere in scena oggi il mito fondativo di Roma, tra pulsioni nazionaliste e revansciste, poteva risultare un’operazione sdrucciolevole. Non a caso Pietrangelo Buttafuoco da un lato e Furio Colombo dall’altro, sulle colonne del Fatto Quotidiano, non hanno lesinato valutazioni politiche sulla pellicola: il primo si è lanciato in una entusiastica esaltazione (“oggi con questo re, con Roma che – va ricordato – preesiste al cristianesimo, ci si restituisce alla fonte del sacro”), mentre il secondo ne ha addirittura fatto un film fascista (“ll primo re nasce in un gruppo di uomini nudi che si massacrano senza sosta. Istinto e forza animale guidano a scartare il peggio”) giungendo a chiedersi “se attribuire a Romolo o a Rovere la fondazione contestuale del sovranismo”[1]. Dal punto di vista storico, in verità, entrambe le posizioni sono di un anacronismo disarmante e dispiace leggere articoli del genere da “penne” note e capaci come Buttafuoco e Colombo.

Al contrario, Il Primo Re non presta troppo il fianco a strumentalizzazioni di questo tipo (al netto di un finale dagli echi vagamente patriottici), anche per alcune scelte di fondo che rendono il film forse meno appetibile al grande pubblico, ma più efficace nel restituire la dimensione dell’Italia (o meglio, del Lazio) dell’VIII secolo a.C. Una dimensione che è ben lontana non solo dai fasti della Roma imperiale, immortalata in svariati affreschi di mollezza e opulenza nelle pellicole hollywoodiane, ma anche da quelli dell’Urbe di epoca repubblicana, che sia lo Spartacus di Kubrick o quello (decisamente meno storico) di DeKnight.

Proprio con quest’ultimo, Il Primo Re condivide lo sfoggio di una violenza fisica esagerata, truculenta e selvaggia. Sin dalle prime sequenze, infatti, si vede che Il Primo Re non è fatto per giocare in difesa ma anzi per buttarsi all’attacco[2]. Questa considerazione è già sorprendente per una pellicola italiana e l’avvicina alle produzioni statunitensi che hanno fatto di una regia “con l’acceleratore pigiato” un marchio di fabbrica. Se, però, con lo Spartacus di DeKnight siamo di fronte al mero gusto della spettacolarizzazione in pieno stile Frank Miller (300), nel film di Matteo Rovere l’intento somiglia più a quello “gibsoniano” de La Passione di Cristo e – soprattutto – Apocalypto, ovvero mostrare la brutalità primitiva dell’uomo e del mondo da cui proviene ANCHE attraverso immagini forti, grondanti sangue e furia animalesca. Il Primo Re infatti è la storia di un mondo molto più ancorato al neolitico che all’età ellenica, come in effetti è verosimile che fosse quella porzione dell’Italia centrale nel 753 prima di Cristo, nonostante la vicinanza con le più evolute colonie della Magna Grecia, mentre poco più a nord gli Etruschi avevano appena cominciato la loro ascesa. La grande Albalonga, “metropoli” del tempo, è mostrata per quel che era con ogni probabilità: una distesa di capanne di legno in una spianata fangosa e brulla. Anche gli armamenti inseriti nel film sono quelli tipici dell’Italia preromana. Tra essi, ad esempio, la spada ad antenne e il cardiophylax, una corazza formata da una piastra metallica (dal profilo circolare o quadrato) che, legata con delle strisce di cuoio, era posta a protezione del cuore.

In questo mondo (concettualmente) primitivo, ha ancora più significato il concetto che la suggestione di un potere spirituale e metafisico è più incisiva ed efficace di quella della tirannide e della violenza. Il trascendente vince sull’immanente; per quanto quest’ultimo possa apparire tremendo e spaventoso, non lo sarà mai quanto la furia degli dei, sottoforma di castigo degli elementi o di maledizione ultraterrena e post-mortem. È proprio grazie a questo [spoiler alert!] che una sacerdotessa di Albalonga riesce a tenere a bada con facilità un manipolo di guerrieri inferociti, paralizzati dalla superstizione suscitata in loro da un semplice anello formato da cinque fuocherelli poco più grandi di una torta; ed è sempre grazie a questo che Romolo si guadagna la stima e la fiducia del popolo: non con la spada, ma con la facoltà di ridare vita a ciò che viene creduto divino e ultraterreno (i tizzoni di un fuoco spento). Diventando un tramite con l’inconoscibile, egli acquista un potere mistico e sovrannaturale, che gli fa guadagnare obbedienza, stima e fiducia, più di quanto non l’abbiano fatto le braccia e la spada di suo fratello Remo. Ma anche se non viene mostrato (Romolo è in tutto e per tutto un personaggio positivo, nella sua mitezza quasi “gandhiana”), è verosimile intuire che il rispetto dei sudditi derivi anche dal sacro terrore nei confronti di quella parte misteriosa, che attiene all’inconoscibile divino. D’altro canto, basta pensare all’antico Egitto, coevo – ad altre latitudini – dello stesso mito fondativo romano, per rendersene conto: laggiù, Faraone e Sacerdoti hanno mantenuto il potere per quasi 3 millenni; un gruppuscolo di uomini ha dominato su una massa sconfinata di schiavi proprio perché giudicati gli unici a poter interloquire con gli Dei (e il Faraone era giudicato egli stesso un Dio). In quest’ottica, non è casuale che a precedere la prima scena sia una frase di William Somerset Maugham: «Un Dio che può essere compreso non è un Dio».

Una menzione a parte merita poi la lingua, perché è emblematica del lavoro fatto in fase di stesura della sceneggiatura. Ancora una volta Rovere si collega apertamente al Mel Gibson de La Passione di Cristo e Apocalypto, facendo recitare i suoi attori in latino arcaico (o protolatino). Per qualcuno, un azzardo; eppure è innegabile che funzioni: gli attori sono “in parte” e credibili; i dialoghi non lasciano il retrogusto stucchevole di una versione tradotta al liceo. Una scelta quindi audace, ma netta, a marcare una distinzione tutt’altro che banale: qui non si racconta il mito narrato (diversi secoli dopo la vicenda reale) da autori quali Livio, Plutarco e Ovidio, con intenti chiaramente diversi dal documentare storicamente l’evento. Regista e sceneggiatori (Filippo Gravino e Francesca Manieri) hanno usato piena libertà nello sviluppare l’intreccio narrativo, ma hanno prestato grandissima attenzione nel recuperare e mostrare atteggiamenti, indumenti, attrezzi e paesaggi, non soltanto l’idioma antico. Per fare ciò, sono stati coinvolti archeologi e storici[3], linguisti e semiologi, tutti alla ricerca di elementi storicamente attendibili.

Dal punto di vista storico, quindi, Il Primo Re regge piuttosto bene il confronto con un’epoca non facile da raccontare, riuscendo a rendere l’atmosfera ancestrale dell’epoca con grande maestria. Dal punto di vista cinematografico, la prima parte funziona molto meglio della seconda. A un certo punto, infatti, l’esigenza di chiudere la storia ha reso zoppicante la sceneggiatura e il finale sembra un po’ frettoloso. Si tratta, però, di un peccato tutto sommato veniale. Il rapporto tra i due fratelli funziona, non è scontato e anche il duello finale nobilita la seconda parte.

Insomma, se fossimo a scuola (magari a tradurre versioni tratte dal De bello gallico) diremmo “promosso”! Se non lo avete ancora visto, vi consigliamo di farlo: quando il cinema italiano vuole imitare Hollywood spesso finisce per scimmiottarlo. Il Primo Re invece – come molte produzioni recenti, va detto – riesce a non sfigurare nel confronto, prendendo quanto di buono viene fatto oltreoceano e trapiantandolo alle nostre latitudini, con una proposta interessante, magari non vera, ma indubbiamente verosimile. Come ogni buona narrazione storica dovrebbe essere.


Note:

[1] https://www.lettera43.it/it/articoli/cultura-e-spettacolo/2019/02/16/il-primo-re-fascismo-sovranismo/229147/

[2] http://www.i400calci.com/2019/02/il-primo-re-una-recensione-che-non-sembra-per-niente-italiana/

[3] Tra costoro ad esempio c’era Donatella Gentili, professoressa di Etruscologia e antichità dei popoli italici all’Università di Tor Vergata.