La battaglia di Hacksaw Ridge

#popreview, film

di Igor Pizzirusso

La battaglia di Hacksaw Ridge
(di Mel Gibson, 2016)

“HACKSAW RIDGE è la straordinaria storia vera del coscienzioso collaboratore Desmond Doss [Andrew Garfield] che, in Okinawa durante la più sanguinosa battaglia della Seconda Guerra Mondiale, salvò 75 uomini senza sparare un colpo né portare una pistola. Credeva che quella guerra fosse giusta, ma che uccidere fosse comunque sbagliato […]”

Così recita l’incipit della sinossi ufficiale del film. Due paragrafi scarsi che sembrano preludere all’ennesimo film intriso di retorica del “non ci piace ma bisogna farlo” tanto in voga a Hollywood per giustificare la presenza degli Stati Uniti in ogni conflitto passato, presente e futuro.

Ma è davvero così? Sì. No. Forse.

Perché “La battaglia di Hacksaw Ridge” è innanzitutto – e per tutta la prima parte – una storia personale. La storia, per l’appunto, di Desmond Doss, il primo obiettore di coscienza dell’esercito statunitense a ricevere una medaglia d’onore. Tutto l’affresco (essenziale e riuscitissimo) dell’America degli anni ‘40 ruota intorno alla sua vita, fatta di logiche speranze, paure (poche), convinzioni (una, assoluta e totalizzante). E soprattutto contraddizioni. Perché la domanda rimane, per quanto la risposta appaia scontata nello svolgersi dell’intreccio: si può davvero partecipare a una guerra senza usare armi? Il patriottismo pacifista è una scelta seriamente plausibile?

Non ha dubbi in merito Doss, ma sono invece molte le perplessità di chi gli sta attorno. Tra cinematografiche rivalità da caserma e altrettanto cinematografici ufficiali militari (ma sono lontani i tempi del sergente maggiore Hartman), si arriva al redde rationem, sublimato in un processo davanti alla corte marziale. E qui la ricerca della teatralità e del colpo di scena prende il sopravvento, a discapito della verità storica. Forse persino vanamente: in un film intitolato “La battaglia di Hacksaw Ridge”, lo spettatore può davvero aspettarsi che il protagonista venga incarcerato o condannato prima di andare in guerra? Temiamo legittimamente di no. Al di là di questo tuttavia, la narrazione ha il pregio della linearità logica ed è complessivamente verosimile. Anzi, molto di più: per la maggior parte è vera, stando almeno alle parole di chi l’ha vissuta.

Da questo momento in poi, comincia di fatto un altro film. Dall’America degli anni ’40, in cui gli echi del conflitto arrivano quasi remoti e ovattati (nonostante Pearl Harbor), gli spettatori e i protagonisti vengono catapultati nel pieno dello scenario bellico: Okinawa, nell’aprile-maggio del 1945, è il luogo della più grande operazione anfibia eseguita sul fronte del Pacifico dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, nonché di una delle più sanguinose battaglie di tutta la campagna contro le forze giapponesi.

La trasposizione su pellicola di una delle fasi cruciali di questo scontro – ovvero la lotta presso la scarpata di Maeda, detta “Hacksaw Ridge” – risulta essere un film di guerra ben confezionato, con un accurato miscuglio di tensione, fragore assordante e violenza. Quest’ultimo aspetto, essendo Mel Gibson il regista, non può né deve stupire. Stavolta però siamo di fronte a un prodotto che ricalca più il realismo crudo e prorompente di “Salvate il Soldato Ryan” (Steven Spielberg, 1998) che la credibilità storica, sfacciata e cruenta, di “La Passione di Cristo” o “Apocalypto” (sempre di Gibson, rispettivamente 2004 e 2006). In fondo this is the war, baby: sangue, interiora e arti amputati.

Certo non manca quell’atmosfera da Vietnam così pervicacemente appiccicata a quasi ogni pellicola bellica made in USA dagli anni ’80 in poi, dove il nemico è rappresentato come un qualcosa di subdolo e misterioso, quasi soprannaturale; un pericolo nascosto e costante, vomitato fuori dalla terra sotto forma di una massa indistinta e brulicante. E tuttavia non si può negare che la rappresentazione sia assolutamente coerente con le abitudini e le strategie belliche nipponiche durante la Seconda guerra mondiale. Pur non arrivando alle vette di realismo di Clint Eastwood in “Lettere da Iwo Jima” (uscito nel 2006 con obiettivi quasi documentaristici), “La battaglia di Hacksaw Ridge” funziona bene, anche nei suoi momenti più retorici, inverosimili e favolistici. Un’esagerazione di cui forse lo stesso regista si rende conto, considerando l’inserimento nei titoli di coda di ampi brani di interviste ai testimoni di quelle vicende. Tutti, a partire dallo stesso Desmond Doss, riferiscono come persino gli avvenimenti più incredibili e assurdi siano in effetti la “veramente vera verità”, al netto della messa in scena hollywoodiana. Quasi un documento di storia orale dunque, trasferito in 16:9 con la maestria che solo i cineasti di talento possiedono.

Qualcuno si è scomodato a usare la parola “capolavoro”, ma non è il nostro caso. L’aggettivo che meglio si applica al film è “epico”, nella definizione letterale del termine: un componimento che narra le gesta, storiche o leggendarie, di un eroe. Con tutti i pregi e i difetti che comporta questo spostamento dall’asse puramente storica, che sia interpretativa o meramente evenemenziale.