Rwanda. I giorni dell’oblio

#popreview, graphic novel

di Eleonora Moronti

“Rwanda. I giorni dell’oblio ”
(Martina Di Pirro, Francesca Ferrara, 2021)

104 giorni.
Come definirli? I giorni del massacro? I giorni del machete? I giorni della radio dell’odio?
Ognuna di queste definizioni potrebbe essere associata al genocidio dei tutsi in Rwanda nel 1994 ma Martina Di Pirro e Francesca Ferrara hanno scelto di parlare di memoria e del suo contrario. Di parlare di oblio. E dunque Rwanda-I giorni dell’oblio è il titolo della graphic novel delle due autrici, edita da Round Robin (2021). Al centro della narrazione, un percorso tra cause e conseguenze per riflettere su uno dei momenti più tragici della fine del Novecento.

Esito di una cinica strategia che affonda le sue radici nel sistema coloniale belga e finalizzata a provocare strumentalmente una frattura su base etnico-razziale tra cittadini tutsi e hutu presenti nel Paese, la strage dei tutsi e degli oppositori hutu ad opera di forze armate governative e delle milizie paramilitari hutu ebbe luogo all’indomani dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiavano il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e quello burundese Cyprien Ntaryamira (6 aprile 1994). L’uccisione di Habyarimana, di cui i tutsi vennero subito (e senza prove concrete) additati quali responsabili, giunse al termine di un travagliato percorso che avrebbe dovuto stabilizzare il Paese, a seguito del conflitto civile (1990-1993) tra le forze governative e i guerriglieri tutsi del Fronte Patriottico Ruandese (Fpr) e che si reggeva sul fragile equilibrio dato dagli accordi di pace di Arusha (4 agosto 1993). Dopo aver alimentato una spregiudicata e feroce campagna d’odio politica e mediatica in cui in particolare si distinse, per la virulenza dei toni, la radio RTLM (Radio Télévision Libre des Milles Collines) il fronte estremista hutu diede il via, il 7 aprile, alla mattanza dei civili tutsi (definiti inyenzi, ovvero scarafaggi) in un furioso bagno di sangue che tra omicidi, mutilazioni e stupri proseguì indiscriminatamente per 104 giorni fino alla metà di luglio, quando l’Fpr prese il controllo della capitale Kigali e del resto del Paese, provocando il ripiegamento delle milizie hutu verso lo Zaire.

In questo contesto, numerose furono le critiche per il tardivo e ondivago ruolo dell’ONU che non rispose alle richieste di intervento da parte dei responsabili della missione UNAMIR/MINUAR della stessa ONU, già presente sul territorio dal 1993, e che autorizzò (giugno 1994) l’intervento militare dell’esercito francese con la controversa Opération Turquoise, accusata da alcune fonti di inefficienza e di ambiguità. La fine del genocidio portò all’istituzione di un tribunale penale internazionale in seno al quale si determinò anche il primo processo contro i responsabili dei media attivi nella campagna propagandistica (Media Case) e che vide imputato, tra gli altri, il co-fondatore di RTLM, lo storico Ferdinand Nahimana. I bilanci finali del massacro, tutt’ora non definitivi, parlano di centinaia di migliaia di morti (alcune stime segnalano un milione di morti) e registrano fino a due milioni di profughi.

Rwanda. I giorni dell’oblio riparte da qui. Dal post-genocidio. E quindi avanti e indietro nel tempo, per recuperare lo sviluppo del caso e dei suoi echi successivi. La narrazione procede seguendo il dialogo tra due personaggi immaginari, la giovane sopravvissuta Marie e l’ex soldato francese Jean, la prima assetata di giustizia e in cerca del radicamento del proprio vissuto nel più profondo flusso della storia, il secondo tormentato da rimorsi, da fantasmi e da un profondo senso di sconfitta. L’opera insiste così sul tema delle scelte e delle responsabilità individuali, del valore del posizionamento etico e della costruzione della consapevolezza collettiva fondata sul recupero della memoria e ha una sua incisività nel racconto del trauma. Mostra efficacemente infatti le distorsioni del linguaggio e l’elaborazione del discorso genocidario, basato su una conflittualità deliberatamente fomentata al punto da avvelenare e distruggere i legami comunitari, generando così un’indicibile spirale di violenza che divide amici, colleghi, vicini di casa.

La graphic novel ha inoltre il pregio di mettere al centro del racconto la necessità di leggere gli eventi nel quadro articolato delle molteplici forze della realtà post-coloniale (ma anche post-guerra fredda) che concorrono a scatenare gli eventi stessi, tentando di far emergere obiettivi sottaciuti e malcelate intersezioni. Si concentra dunque sul problematizzare i concetti di ineluttabilità e di inevitabilità, rigettando l’idea di uno scontro etnico improvviso, avulso dalla storia, privo di legami con il passato e con i vari piani del presente. Viene così respinta la postura eurocentrica e (neanche troppo velatamente) razzista che interpreta il conflitto come scatenato da null’altro che dall’irrazionalità truculenta delle comunità locali coinvolte, di cui il machete (appositamente importato dalla Cina) diventa il marchio e il simbolo orrorifico, che stimola il senso di distanziamento dell’occidente da una violenza raccontata quasi come fosse genetica e, pertanto, del tutto sconnessa dalle (ben presenti invece) dinamiche attivate e reiterate nella contemporaneità e che dipendono da una storia più antica e globale.

L’opera possiede anche un suo apparato documentario in appendice, con una cronologia degli eventi fondamentali, articoli, interviste e una bibliografia di base. Si tende a preferire il taglio giornalistico e della critica politica all’articolazione dell’analisi storica, che risulta così schiacciata anche se, come detto, il racconto ha il merito di cercare di istituire connessioni vaste e di scardinare stereotipi. In alcuni passaggi si avverte la necessità di espandere lo spettro delle fonti; alcune di esse, come la testimonianza-denuncia dell’ex militare francese Guillaume Ancel (che sembra essere l’ispirazione per il personaggio di Jean) sulle ombre dell’Operazione Turquoise, sono estremamente e nettamente dominanti nell’analisi e richiederebbero forse una maggiore integrazione con ulteriori documenti e prospettive, a beneficio del lettore e della costruzione di una riflessione più ampia e strutturata sul tema.

L’approccio adottato dal racconto può sollevare infine alcuni possibili quesiti sulla presenza o assenza dell’adeguata distanza storica dagli eventi del Rwanda, stimolando al contempo l’idea che occorra vivificare le memorie in modo plurale e partecipato per favorire una ricerca e una ricostruzione storica tesa ad afferrare la complessità.