Una divisa per Nino

#popreview, romanzo

Opera nazionale Balilla. Adunata di balilla con moschetto Balilla a tracolla.
Foto di ignoto – coll.priv., Pubblico dominio, Collegamento

di Tiziano Vernazza

Raccontare la storia ai bambini non è mai facile, non tanto perché ci relazioniamo a degli esseri umani troppo giovani per capire gli eventi del passato, bensì per la difficoltà che abbiamo noi adulti a raccontarli senza contaminare la narrazione con le nostre impressioni o considerazioni personali.
Una divisa per Nino di Francesca La Mantia si presenta come un libro molto intelligente in questo senso, perché non vuole illustrare la storia del fascismo per metafore o con una sintetica cronistoria degli eventi, ma porta qualunque lettore a compiere indirettamente delle acute riflessioni su quel tragico periodo italiano attraverso una storia di vita.
Ci immergiamo in un mondo caratterizzato dagli elementi tipici del fascismo, che vengono fuori spesso dai resoconti giornalistici o televisivi ancora oggi, ma che hanno origine da quel ventennio che va dal 1922 al 1945.

Il protagonista è un bambino, di nome Antonino Verri, ma capiamo subito che si tratta di un flash back costruito dalla scrittrice tramite le sue prime parole di presentazione della storia. Verri adulto racconta un episodio della propria infanzia, di quel “Nino” che si trova nell’ottobre del 1935 entusiasta, come molti dei bambini dell’epoca, perché attirato dai costumi, dalle pratiche, dagli usi dei giovani italiani nel periodo della scuola fascista. Antonino non sta più nella pelle per il fatto che il giorno dopo diventerà un “figlio della lupa”, membro di un’organizzazione ideata dall’Opera nazionale balilla durante il Ventennio per i bambini italiani fino agli otto anni e pensata dal regime – insieme ad altre divisioni similari – per scandire la vita dei giovani,
Il bambino è perciò contento di vestire come i più grandi e di far parte di un sistema che promette gloria e bellezza. Lo “strappo del velo di Maya” verrà in modo palese con il prefigurarsi della guerra, come per quasi tutti i suoi coetanei, e possiamo rivedere le grandi promesse della propaganda fascista che vengono pian pianino smontate nel corso della storia da piccoli e grandi eventi personali. Il più evidente è il fatto di conoscere il suo vicino di casa, un certo Gabriele figlio di un antifascista, che lo porterà a comprendere la realtà con occhi nuovi. Non meno significativa è la storia del fratello maggiore di Nino, soldato che parteciperà alla guerra in Etiopia.

Si rimane affascinati dalle parole usate dalla scrittrice palermitana mai banali, perché fanno tornare alla mente le storie di numerosi perseguitati italiani, come quella di Giorgio Perlasca raccontata nel libro “La banalità del bene”[1] di Enrico Deaglio. Qui, in piccolo, abbiamo la storia di Antonino, che non è scritta in maniera scontata e favolistica, anzi, è lo stesso lettore che empatizzando con il protagonista vede la graduale trasformazione di Antonino che si conclude con un finale/non finale aperto.
Non troviamo una sorta di autocelebrazione nei confronti delle sue scelte contro il fascismo. La storia di vita di Antonino Verri si mischia con la macro-storia nazionale nella maniera più intuitiva e immersiva possibile, anche per un bambino di oggi che la legge per la prima volta.
Ad arricchire l’albo vi sono poi le splendide illustrazioni di Matteo Mancini, disegni dinamici e colorati che accompagnano il susseguirsi degli eventi più che fotografarli in un’immagine statica.

Una divisa per Nino è consigliato soprattutto alle scuole e non tanto per la sua appendice dove trovano posto date, fatti storici e biografie utili per approfondire la storia del fascismo in Italia. Elementi sicuramente utili, ma che non risultano essenziali nella narrazione. Ciò che rende la vicenda di Antonino davvero preziosa è riuscire a suscitare tante domande nella mente dei bambini, ancor più di quanto potrebbe fare una lezione di storia in classe.


Note:

[1] E. Deaglio, La banalità del bene: storia di Giorgio Perlasca, Milano, Feltrinelli, 2003.