Uno scià alla corte d’Europa

#popreview, romanzo

Foto tratta dal sito dell’editore Iperborea

di Eleonora Moronti

Uno scià alla corte d’Europa
(2018, di Kader Abdolah)

“A distanza di oltre centotrenta o forse centocinquant’anni, guardo dalla finestra della biblioteca dell’Università di Amsterdam la carrozza dello scià e la carovana che la segue. Trovo meraviglioso sapere più cose io del loro viaggio di tutti quanti loro”.

Potrebbe essere racchiuso in queste righe il senso profondo di “Uno scià alla corte d’Europa”, romanzo dell’iraniano Kader Abdolah, edito da Iberborea (2018). In un continuo andirivieni tra passato e presente, il romanzo traccia per il lettore le tappe del viaggio europeo di uno scià di Persia alla fine del XIX secolo, visto attraverso gli occhi di un orientalista dei giorni nostri che ne riesamina il vecchio diario. Sostituendo al tradizionale capitolo la scansione narrativa della hekayat orientale, Abdolah offre una versione romanzata del Journal de Vojage dello scià Nasser al-Din Shah Qajar (1831-1896), ma non con l’obiettivo manifesto di tradurre in fiction un’esperienza storica. Abdolah è anzi il primo a confermare la non assoluta veridicità di quello che scrive. Eppure, vi è nel suo racconto qualcosa che cattura l’attenzione dello storico e non lascia la presa fino all’ultima pagina. Sarà la descrizione del grandioso sfumare della cultura romantica? Sarà l’incontro con i grandi dell’ottocento europeo? Sarà il magma che scorre sotterraneo nel racconto, il magma delle istanze e delle ambizioni politiche degli Stati-Nazione, preludio alle devastazioni della Grande Guerra? Sarà la scelta di trasformare l’Europa in luogo di scoperta anziché farne il luogo da cui parte la scoperta, suggerendo così il superamento delle prospettive eurocentriche, in favore una percezione policentrica dei fenomeni storici? Forse è ognuna di queste componenti e qualcosa in più: si intravede, in questo libro, un ritratto sorprendentemente sincero di cosa sia la fonte storica, la sua natura, la tentazione dello storico di sopravanzarla, di scavalcarla, di completarla, la frustrazione dello studioso dinanzi alle reticenze e alle lacune della documentazione. Il desiderio, si diceva, di sapere più cose di chi è dentro la carovana degli eventi.

Nella preoccupazione per la resa delle atmosfere e del riverberarsi della concatenazione dei fatti, dal viaggio semi-dimenticato di uno scià, fino alle grandi, drammatiche ondate migratorie contemporanee, si percepisce un certo intento di stuzzicare il lettore. Man mano che si scivola dentro la narrazione non si può fare a meno, infatti,di porsi delle domande: che cosa è vero e che cosa non lo è? Che cosa è importante ricordare e cosa no? E in ultimo, chi decide cosa viene ricordato e cosa invece scompare, lasciato indietro delle generazioni?

Sospeso sul sempre labile confine tra verità e finzione, il romanzo di Abdolah inserisce così una lente di oltre cento anni tra il passato e il presente dei luoghi attraversati ieri dallo scià e oggi dai richiedenti asilo, e i protagonisti che dentro quei luoghi abitano sembrano chiedere direttamente al lettore: tu sai come siamo arrivati qui?

C’è perciò, in Uno scià alla corte d’Europa, un’implicita e potente riflessione sull’utilità della storia di fronte alle lacerazioni del presente.

Esse non posso essere curate se prima non vengono capite. Ed è a questo, dopotutto, che serve la storia: capire il presente per curarne le ferite.