Memory Studies, punti di vista e nuove prospettive di una disciplina tutta da scoprire

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Copenaghen, capitale europea moderna, dinamica ed accogliente, è la città che ha ospitato quest’anno, dal 14 al 16 dicembre, la II conferenza internazionale indetta dalla Memory Studies Association, l’associazione lanciata nel 2016 con la prima conferenza di Amsterdam e che riunisce gli studiosi ed i professionisti che operano per la conservazione e la valorizzazione della memoria pubblica e privata in numerosi ambiti.

L’approccio fortemente interdisciplinare proposto dalla Memory Studies Association e la possibilità di interagire con una rete internazionale di esperti negli studi memoriali non poteva lasciare indifferente PopHistory. Per chi come noi lavora a stretto contatto con il pubblico e fa la storia dal basso, la memoria è un campo d’indagine e di azione centrale per la costruzione e la narrazione delle storie che vogliamo raccontare. Con nostra grande soddisfazione la proposta di contributo che abbiamo inviato ha trovato l’approvazione del comitato scientifico, così una delegazione di soci si è messa in viaggio verso la fredda città del nord, con destinazione l’università di Copenaghen.

La delegazione PopHistory impegnata nella discussione del panel

PopHistory ha avuto la possibilità di discutere e confrontarsi sul tema delle memorie italiane divise e dimenticate, quelle che ancora non sono entrate a far parte dei percorsi istituzionali e quelle che sono state centrali in passato ma che oggi risultano marginali, portando all’attenzione tre casi concreti. Giulia Dodi, in qualità di chair, ha coordinato il gruppo di relatori: Gabriele Sorrentino (sul Risorgimento), Silvia Lotti (sui terremoti in Italia), Marta Gara e Elisa Gardini (sugli usi pubblici e politici della storia delle proteste del 1968). Il panel proposto da PopHistory ha consentito di riflettere sui processi culturali che permettono di far convergere la memoria pubblica su determinati temi, e sul perché altre tematiche restino escluse da una matura analisi memoriale, rimanendo confinate alle comunità locali o alle appartenenze culturali.

La nostra delegazione non si è certo limitata alla presentazione del proprio panel, al contrario ha avuto il privilegio di assistere a workshop, conferenze e discussioni, vivaci e stimolanti, che hanno ampliato ed arricchito il nostro modi di pensare e fare public history attraverso la lente della memoria. È spiccato ad esempio l’intervento di Lorenzo Zamponi della Scuola Normale Superiore di Pisa sull’analisi delle tendenze su Twitter dell’hashtag #ioricordo, ideato per commemorare i dieci anni dei fatti del G8 di Genova e poi ripreso anche da altre campagne memoriali (“#ioricordo beyond the G8: Social practices of memory work and the digital remembrance of contentious pasts in Italy”) , all’interno del panel “Digital media and memory in movements”. Tra i panel che più hanno colpito l’attenzione dei nostri soci segnaliamo quello riguardante il rapporto tra attivismo e memoria (panel 38, Memory Activism), in cui studiose internazionali hanno presentato alcuni casi di studio strettamente legati alla costruzione ed alla diffusione della memoria di persone e contesti che hanno lottato contro un potere oppressivo. In particolare i contributi di Joanna E. Sanchez Avila sulla figura di Berta Caceres, attivista hondurena che ha lottato a lungo in difesa degli indigeni dell’Honduras e contro le prevaricazioni dagli Stati Uniti (“Berta Vive! Todos somos Berta!”: How the Aftermath of Indigenous Honduran Activist Berta Caceres Assassination Haunts Honduras and the United States) e quello di Joannie Jean, che ha analizzato le modalità differenti di agire di alcune associazioni che si occupano della memoria dei desaparecidos del Cile (44 years later: differentiated mobilisation of memory in Santiago, Chile) hanno dimostrato quanto centrale siano il bisogno e la domanda di memoria che provengono dal basso e che sfociano in forme diverse ma ugualmente potenti di commemorazione.L’orgoglio più grande per PopHistory è rappresentato dall’aver avuto il coraggio e la forza di presentarci sulla scena internazionale, in punta di piedi ma con la voglia di dire la nostra, di condividere idee e di imparare nuove metodologie. E’ stato un privilegio essere stati selezionati fra gli oltre 600 interventi proposti da studiosi provenienti da tutto il mondo, e aver saputo costruire e gestire interamente un nostro panel, fra gli 80 presentati nell’arco dei tre giorni.

Alcune immagini dalla conferenza

Al termine di questa esperienza siamo più consapevoli di chi siamo, di quello che vogliamo fare, sappiamo che la strada che ci aspetta è lunga e non mancheranno tratti in salita, ma è anche passando da esperienze stimolanti come questa che possiamo ampliare i nostri orizzonti e rispondere alle sfide che ci aspettano. Copenaghen ci offerto spunti e idee che arricchiscono il nostro percorso, ci ha proiettato in una dimensione internazionale che stuzzica la nostra curiosità e aumenta la nostra volontà di metterci in gioco nell’ambito della public history, così importante e in crescita a livello globale.

Il relax dopo le fatiche della giornata