Troppo Libera: l’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel

Immagine tratta dal sito dell’editore
di Stefania Cogliani
Troppo Libera: l’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel
Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Tunué
Un blocco di marmo, compatto e freddo; una figura all’interno, calda e vitale, che spinge per liberarsi e prendere forma nel mondo: lo stesso movimento, faticoso e ostinato, attraversa queste pagine e ci trasporta in quel vortice irresistibile che è la storia di una grande scultrice francese, Camille Claudel.
Le sue peripezie per farsi strada come autrice autonoma nel mondo dell’arte, dominato dalle mille sfaccettature di una falsità borghese e sessista a cavallo tra Ottocento e Novecento, sono ben raccontate in questa graphic novel di Assia Petricelli e Sergio Riccardi.
Arte, amore, lotta; il titolo già ci rivela quale miscela incendiaria di sentimenti animavano questa donna e riflette le difficoltà nel tenere insieme tutti questi moti d’animo senza essere giudicata incoerente o “fuori norma” dalla società del tempo. Siamo nella capitale francese appena uscita dall’esperienza della Comune, dove iniziano a farsi strada artisti come Mallarmé nella poesia, Debussy nella musica e dove gli impressionisti sconvolgono la pittura.
Come scrive Daniela Brogi nella postfazione del libro: «Per un essere umano, essere una donna e voler essere un’autrice, è stato un vero rompicapo perché equivaleva a voler essere due cose che non potevano/dovevano stare insieme» e ancora «Ecco cosa ha significato impegnarsi per diventare un’artista, dover fare di tutto per risarcire il mondo della propria sfortunata condizione di maschio mancato».
La graphic novel racconta questo clima attraverso varie fasi della vita di Camille, dividendole in capitoli che prendono il nome dalle sue opere, suggerendo una sorta di parallelismo tra arte e vita e alleggerendo la lettura, semplice e avventurosa al contempo, densa di eventi ma mai noiosa.
Camille rivela fin da piccola il suo talento, negato o malcompreso dalla famiglia in primis, ma la sua indole” ostinata e selvaggia” le permette di trasferirsi a Parigi all’età di diciannove anni, quando prende per pochi soldi un piccolo atelier dove creare le proprie opere; da allora la sua esistenza sarà una tensione costante, a metà tra riconoscimento del talento e convenzioni sociali da rispettare, costellata di snodi importanti ma drammatici al contempo.
Un punto cruciale della sua vita è l’incontro con lo scultore Auguste Rodin, che dominava lo scenario della scultura europea come un gigante con il quale confrontarsi, un passaggio obbligato verso la modernità. Il rapporto con Rodin rimarrà complesso e contradditorio; fu sua unica allieva e prediletta, poi amante, ma mai accettò di affermarsi all’ombra del suo nome, anche quando nei salotti importanti lui cercherà di assicurarle commissioni rilevanti.
La risposta della società davanti all’arte di Claudel fu sempre la stessa: opera inaccettabile per indecenza. Ma basti dare uno sguardo alle opere, animate da una “intimità segreta e familiare” in una definizione che diede il compositore Dubussy, per comprenderne il valore. I suoi corpi sono massici, pesanti, esagerati, troppo realistici e sensuali per essere esposti. Lo sforzo di affermazione di Camille, dopo svariati rifiuti non si ferma; tenta di evolvere, di differenziarsi in ogni modo dal suo “maestro”, arrivando a ricavare piccoli gruppi di figure dall’onice, pietra durissima e inadatta alla scultura.
Questa caparbia, tratto vivido e vibrante della sua arte e personalità è ripresa con efficacia dallo stile del libro, dove disegno e parole si uniscono con essenzialità e dinamismo, facendo della lettura una mix tra romanzo di formazione, avventura e dramma.
Il tragico epilogo di una vita di contrasti arriva con la decisione della famiglia di rinchiuderla in manicomio dove rimarrà per un terzo della sua vita. È l’esilio a cui si riferisce l’artista stessa quando ormai sola e povera scrive al fratello le ultime lucide parole che ci restano di lei: “Ta soeur en exil C.”.
È un conflitto il suo che, come i conflitti più veri e profondi, rimane senza soluzione. O forse una soluzione c’è: se l’arte è ancora utile essa può forse fare questo, dare una visione aperta, libera e tentare una fuga in avanti verso qualcosa di impensabile dalla bieca realtà.
Lo spiraglio di liberazione che Claudel non ha avuto in vita, è un tocco prezioso del libro e si affaccia nelle ultime bellissime pagine del libro; gli autori in maniera essenziale ma efficace inseriscono la storia personale di questa artista in una cornice più ampia di emancipazione femminile, mostrandoci le opere di alcune scultrici novecentesche che idealmente hanno proseguito il suo cammino di libertà.
Camille termina la sua vita e la sua lotta sul finire della Seconda guerra mondiale, in un periodo ricco di contraddizioni rispetto al ruolo della donna nella vita quotidiana, non solo nell’arte; sebbene la Costituzione avesse introdotto l’uguaglianza nel 1948, il ruolo della donna stentava ad uscire dal preconcetto dell’alveo casalingo di cura e protezione. Una spinta, seppur non definita, arrivò con la legge del 1950 a tutela delle madri lavoratrici e, più tardi, con il boom economico che favorì una cauta autonomia. Ma il percorso sarebbe stato ancora lungo: il dibattito pubblico e la nascita dei primi movimenti iniziarono a mettere in discussione il modello preesistente solo negli anni seguenti, preparando il terreno per le riforme sociali degli anni ’60 e ’70.
Questa graphic novel ha dunque il pregio di suggerirci una prospettiva storica, oltre che artistica; è come se attraverso lo sguardo fiero e determinato di Camille e anche grazie a figure come lei, il Novecento avesse imparato a guardare diversamente il lavoro di artiste come Louise Bourgeois, Germaine Richier e Barbara Hepworth, riconosciute nel tempo come protagoniste e non come eccezioni.
Uno sguardo che non si posa mai, ma continua ad interrogare il presente e a ricordarci che ogni conquista nasce anche dalle vite di chi ha osato percorrere quei passi di libertà prima di noi.