Suite Francese, un meraviglioso incompiuto

#popreview, romanzo

Immagine tratta dal sito www.leganerd.com (http://leganerd.com/2017/09/28/lora-piu-buia-secondo-trailer/)

di Gabriele Sorrentino

“Suite francese”
(Irène Némirovsky, 2004)

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana”.

Con queste parole comincia Suite française, composto tra il 1941 e il 1942: l’ultima e incompiuta opera di Irène Némirovsky (1903-1942), morta ad Auschwitz nell’agosto del 1942. Si tratta di un affresco poderoso della Francia sconfitta e impegnata a sopravvivere all’occupazione nazista. Ma è anche un ritratto diverso dell’invasore teutonico, che rifiuta gli stereotipi e mostra i Tedeschi come individui con una profondità umana e la guerra come una tragedia per i vinti e per i vincitori.
Il romanzo è completo solo nelle prime due parti: Tempête en juin è una successione di quadri sul tracollo della Francia; Dolce invece racconta in sostanza la vita nel villaggio occupato di Bussy, che in realtà corrisponde a Issy-l’Évêque, luogo dove si era rifugiata l’autrice.
Nella scrittura di Irène colpisce la capacità di rendere il dramma con compostezza, senza eccedere nel mostrare la violenza. Non ci sono corse sfrenate o esplosioni cinematografiche, ci sono molte piccole storie quotidiane che si intrecciano a comporre il dramma nazionale. Una pacatezza che si è in parte persa nel film del 2014[1], liberamente ispirato alla seconda parte del romanzo.
La fuga da una Parigi minacciata dai Tedeschi, che dà inizio al libro, è pervasa da una calma irreale che, però, riesce a mantenere il lettore incollato alla pagina. Lo spaccato della società parigina è vivido: ci sono i ricchi Péricard; il vanesio scrittore Gabriele Corte; i Micaud, coppia piccolo-borghese molto unita; Charlie Langelet, scapolo benestante che non vuole separarsi dalle sue porcellane. Attraverso la loro esperienza, l’autrice mostra una Francia debole, divisa, facile preda del nemico. La critica è tanto dura quanto lo stile del romanzo è aulico e venato di romanticismo. Tutta la nazione transalpina pare naufragare in un dolce paesaggio prima urbano poi rurale, come quello del paese di Bussy (come detto, luogo di ambientazione della seconda parte), alle prese anch’esso con l’occupazione tedesca. Qui si consuma l’attrazione tra Lucile – tiranneggiata dalla suocera, mentre il marito è disperso in guerra – e l’ufficiale tedesco Bruno, uomo elegante e di grande cultura. Per contro, il reduce Benoit cerca di difendere la moglie dalle avances di un altro ufficiale, ben più gretto. Benoit ucciderà l’ufficiale tedesco e, braccato, verrà nascosto proprio da Lucile e sua suocera, unite questa volta nella decisione di aiutare un compatriota. E sarà proprio Bruno, inconsapevole, a procurare a Lucile il lasciapassare che permetterà a Benoit di scappare verso Parigi.
La seconda parte del romanzo si conclude con i Tedeschi che lasciano Bussy, richiamati in patria per essere spediti sul fronte russo. Nella mestizia di quella partenza, c’è la grandezza della prosa di Némirovsky, che riesce a rendere con grande liricità il dramma a tutto tondo della guerra: c’è malinconia negli abitanti di Bussy, che ormai si erano abituati alla presenza dei Tedeschi, ma lo stesso atteggiamento pervade i soldati che hanno stretto legami con molti degli abitanti del luogo.

Suite française è soprattutto un romanzo di rapporti umani ed è questa la caratteristica che più mi è piaciuta di Irène Némirovsky, nata a Kiev, da un ricco banchiere di origine ebraica, fuggito in Francia con la famiglia a causa della Rivoluzione bolscevica. L’autrice conosce sette lingue, compreso il francese, imparato dalla propria governante quando ancora si trovava in patria[2]. Il suo primo romanzo è Le Malentendu, pubblicato nel 1926, lo stesso anno del matrimonio con Michel Epstein, un ingegnere russo anch’egli di origine ebraica, emigrato e divenuto poi banchiere. Dalla loro unione nascono due figlie: Denise nel 1929 ed Élisabeth nel 1937. La celebrità per Némirovsky giunge nel 1929, con il romanzo David Golder, che le consente di entrare da protagonista negli ambienti letterari transalpini. Nonostante i successi, le viene sempre rifiutata la nazionalità francese, richiesta per la prima volta nel 1935. Il 2 febbraio 1939 si converte al cattolicesimo, sebbene secondo la figlia si tratta di un gesto di facciata[3]. La scelta non basta a porre i coniugi Epstein al riparo dalle leggi antisemite del governo collaborazionista di Vichy. Irène è di idee conservatrici e scrive su alcuni settimanali di destra. La situazione diventa difficile dopo la sconfitta della Francia e la firma dell’armistizio con la Germania nazista del 22 giugno 1940. A ottobre il governo di Vichy produce lo Statut des Juifs che vieta agli ebrei francesi alcune professioni (insegnante, giornalista, avvocato ecc.). Paradossalmente Némirovsky continua a collaborare col periodico Gringoire sotto pseudonimo (assicurandosi così un reddito), nonostante il giornale assuma posizioni decisamente antisemite. Anche in questa contraddizione sta la difficoltà di comprendere il groviglio di rapporti personali e politici che fu la Francia occupata e collaborazionista. Proprio queste cooperazioni editoriali sono la prova la prova della presenza di una diffusa zona grigia, dove le relazioni personali non seguono (e anzi spesso interpretano) le direttive centrali, sfociando a volte in esiti inattesi, sempre in bilico tra un allineato e chiaro collaborazionismo e alcuni slanci di autonomia decisionale.

Némirovsky concepisce Suite francese a Issy-l’Évêque, piccolo centro del dipartimento della Saone-et-Loire, che nel romanzo diventa Bussy. Sono gli anni 1941 e 1942, quando insieme al marito è ormai costretta a portare la stella gialla e a vivere nella paura. Secondo il progetto, l’opera avrebbe dovuto somigliare a un “Poema sinfonico”, composto da cinque parti: Tempête en juin (Tempesta in giugno), Dolce, Captivité (Prigionia), Batailles? (Battaglie), La Paix? (La Pace). Negli appunti di Irène, questi ultimi due titoli sono espressi col punto interrogativo, forse perché l’autrice aveva ancora dei dubbi[4]. In totale, sarebbero state oltre mille pagine, delle quali l’autrice riesce a completare solo i primi due movimenti. Nell’estate del 1942 la situazione per i coniugi Epstein precipita: l’11 luglio 1942 Irène scrive all’editore Albin Michel una lettera rassegnata: «Caro amico… non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo».
Il 13 luglio 1942 viene arrestata dalla guardia nazionale francese. Lo stesso giorno, Michel Epstein manda un telegramma a Robert Esménard e André Sabatier, presso Albin Michel, per chiedere aiuto: «Irène partita oggi all’improvviso. Destinazione Pithiviers (Loiret).  Spero che voi possiate intervenire urgenza stop Cerco invano telefonare»[5]. L’ultima lettera di Irène al marito, invece, è scritta a matita e datata 14 luglio 1942: «Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti tutti»[6].
Gli appelli sono inutili e anche il marito – che giunge a offrirsi al posto della moglie – viene catturato e muore nel novembre dello stesso anno ad Auschwitz. Dopo l’arresto del padre, i gendarmi vanno a cercare Denise a scuola. È una maestra a nasconderla nello spazio tra il letto e il muro. Grazie alla tutrice, Denise ed Élisabeth cominciano presto la loro fuga attraverso la Francia, sino ad essere nascoste in un convento e poi in diverse cantine nella regione di Bordeaux. Con loro, hanno sempre la valigia che contiene i documenti e l’ultimo manoscritto della madre.
La figlia maggiore, Denise, conserva il quaderno col manoscritto di Suite française per cinquant’anni, senza sapere di cosa si trattasse. Non vuole leggerlo, perché teme si tratti di un doloroso diario. Se ne accorge solo nel 1990 quando decide di donarlo a un archivio francese. A quel punto, nel 2004, Suite française viene pubblicato e diventa un best seller internazionale, vincendo il Prix Renaudot, assegnato postumo per la prima e unica volta.

La tragica vicenda della sua autrice lega in maniera indissolubile il romanzo alla sua storia editoriale. I primi due capitoli sono l’affresco di un Paese piegato non solo dalla forza del nemico ma anche dalla sua debolezza interna. Delle tre parti incompiute rimangono solo appunti che sono un utile strumento di studio della tecnica narrativa di una grande autrice. Ma anche – se non soprattutto – essi rappresentano la testimonianza della tragedia che ha travolto lei stessa e la Francia intera. Se da un lato, infatti, la storia editoriale del romanzo può essere intesa come una metafora del dramma dell’oppresso, costretto alla clandestinità, alla vulnerabilità e all’incompiutezza, dall’altro la vicenda del ritrovamento del manoscritto è un messaggio di speranza: la memoria è capace di sfuggire ai tentativi dell’uomo di distruggerla, ma per recuperarla occorre cercare con forza. Suite française, in questo senso, rappresenta proprio la riconquista di una memoria dimenticata, ritrovata nelle testimonianze solo in apparenza perdute, e che invece sono tesori da rintracciare e riportare alla luce. La nostra scelta di pubblicare la #popreview nel Giorno della Memoria ha poi un ulteriore significato: il 27 gennaio si celebra la liberazione di Auschwitz. Nel campo polacco Irène trovò la morte, ma la memoria della sua vicenda umana e artistica è giunta sino a noi, più forte del gelo e della guerra.

 

 

 

 

 

[1] Suite française di Saul Dibb (2014).

[2] Negli ambienti altolocati russi parlare il francese era la lingua più parlata, come ci ricorda anche Tolstoj nel suo

Guerra e pace.

[3] Denise Epstein, Sopravvivere e vivere. Conversazioni con Clémance Boulouque, 2008

[4] I. Némirovsky, Appunti, I. Némirovsky, Suite Francese, ed. italiana Adelphi, Milano 2005, p. 357

[5] I. Némirovsky, Corrispondenza (1936-1945) in I. Némirovsky, Suite Francese, ed. italiana Adelphi, Milano 2005, p. 374

[6] Némirovsky, Corrispondenza cit. p. 375