Quattordicimilatrecentoquattordici nomi come graffi al Museo Monumento al deportato di Carpi

di Chiara Lusuardi e Giorgio Uberti
L’essenzialità è quella di un luogo di detenzione: colori grigi, pareti ruvide e rotoli di filo spinato. PopHistory vi porta nello storico Palazzo dei Pio, a Carpi. Qui abbiamo percorso le tortuose sale del Museo Monumento al Deportato politico e razziale. L’intero allestimento è scandito da forme spigolose, nessuna mensola, solo teche che contengono pochi ma significativi reperti, oggetti e fotografie, ordinati da Lica e Albe Steiner e che somigliano a pozzi quadrati in cui gettare lo sguardo e sprofondare nello smarrimento. Incise sulle pareti, come graffi insanguinati dello spessore di un dito, le frasi tratte dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea scelte da Nelo Risi testimoniano la terrificante esperienza nei lager nazisti.

La storia che vogliamo raccontarvi ci rimanda alla pesante eredità lasciata dal vicino Campo di concentramento di Fossoli (frazione di Carpi, in provincia di Modena). Istituito nel maggio 1942 dal Regio esercito italiano, questo campo doveva servire per rinchiudere militari inglesi, sudafricani, neozelandesi catturati nelle operazioni di guerra in Africa, ma con la Repubblica sociale italiana cambiò pelle. Dal 1943 il sito funzionò da Campo di concentramento provinciale per ebrei, sotto le dirette dipendenze della prefettura di Modena per conto della Repubblica di Salò. Alla fine del gennaio 1944, però, le autorità naziste, attratte dalla sua ottimale collocazione sulla direttrice ferroviaria per la Germania attraverso il Brennero, avocarono a sé la giurisdizione del campo, che divenne un Campo di polizia e di transito per prigionieri politici e razziali (DULAG 152) rastrellati in varie parti della penisola per essere inviati nei campi di concentramento del Reich.

Dopo la liberazione, Carpi più di altre città, dovette elaborare questa eredità. Non è un caso se nel 1955, in occasione del primo decennale della Liberazione, proprio il Cortile d’onore del Palazzo dei Pio di Carpi ospitò la prima mostra sui lager nazisti d’Italia. Un primato che le consentì di maturare l’idea di realizzare un luogo nazionale a perenne ricordo del dramma della deportazione.

Ben otto anni dopo, nel 1963, e in seguito a numerosi dibattiti e studi ad opera di un comitato composto dagli enti locali, dalle comunità ebraiche, dall’Aned e dalle associazioni combattentistiche sul modo in cui fare memoria della deportazione nei lager, fu pubblicato il bando nazionale per la realizzazione di un Museo Monumento al deportato politico e razziale, da realizzarsi proprio nel centro storico della città, all’interno del Palazzo dei Pio. L’obiettivo era infatti la creazione di un’opera unica nel suo genere, che sintetizzasse e trasmettesse sia i contenuti museali, sia l’espressività di un monumento memoriale, per tradurre il ricordo, ancora vivo nelle superstiti strutture del vicino campo di Fossoli, in costante monito per il futuro. Vincitore risultò il gruppo di architetti milanese BBPR (Belgiojoso, Banfi, morto a Mauthausen, Peressutti, Rogers), in collaborazione con Renato Guttuso, per aver presentato un progetto alieno da ogni retorica – in cui era facile cadere dato l’argomento trattato – e fondato su un linguaggio rigoroso e sobrio. Questi artisti, oltre a essere stati testimoni diretti della lotta al nazifascismo e degli avvenimenti che avrebbero rappresentato, erano già noti per aver progettato l’omonima Torre in piazza Statuto a Torino e l’inconfondibile Torre Velasca di Milano.

L’obiettivo era infatti la creazione di un’opera unica nel suo genere, che sintetizzasse e trasmettesse sia i contenuti museali, sia l’espressività di un monumento memoriale, per tradurre il ricordo, ancora vivo nelle superstiti strutture del vicino campo di Fossoli, in costante monito per il futuro.

Il 14 ottobre 1973 il Museo Monumento di Carpi fu inaugurato alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone, di Sandro Pertini, di Umberto Terracini e di delegazioni di ex internati nei campi nazisti provenienti da tutta Europa: esso aveva 14 sale e un cortile di stele. Non un trionfo della retorica ma una razionale esposizione, divisa per ambiti, degli aspetti del sistema della deportazione.

Oggi il Museo si compone di tredici sale in cui sono conservati suggestivi graffiti di Pablo Picasso, Alberto Longoni, Fernand Léger, Corrado Cagli e Guttuso, che hanno commentato in modo del tutto personale l’orrore della deportazione sulle pareti del Museo. Fino a vent’anni fa il museo si chiudeva con un’ultima sala che dava accesso al cortile delle stele (oggi per arrivarci bisogna rifare all’inverso tutto il percorso museale), una piazza interna al castello nella quale si innalzano 16 blocchi di cemento, alti 6 metri, che recano incisi i nomi di sessanta campi di concentramento e di sterinio dell’Europa nazista e che emergono da alcuni roseti, simbolo di rinascita.

Dall’inizio degli anni Novanta, il campo e il Museo divennero meta di visite guidate per le scuole e per il pubblico più vasto, nonché tappe di mostre, viaggi della memoria e iniziative culturali di vario tipo. Nel 1996 fu invece istituita la Fondazione ex-Campo Fossoli, promossa congiuntamente dal Comune di Carpi e dall’Associazione Amici del Museo Monumento, dotata di un proprio statuto e di un comitato scientifico che si occupa sia dello studio del passato e della valorizzazione della memoria storica, sia dell’educazione alla pace e al dialogo. Dal 2001 è la stessa Fondazione a gestire direttamente il Campo di Fossoli e il Museo Monumento al Deportato.

Attraverso repentini cambi di direzione, si attraversano le varie sale, caratterizzate da luci ed elementi grafici particolari tesi a creare un’atmosfera di forte impatto emotivo e legate tra loro dall’incisione delle testimonianze alle pareti, tutte rigorosamente alla stessa altezza: quella degli occhi, dalla quale non si può sfuggire. Anzi, gli occhi cercano quelle parole, proseguono nella lettura come alla ricerca di un senso, di una spiegazione nascosta nell’intonaco color “sangue rappreso”. Non ci sono altri colori al di là di questi “graffi” che tagliano il cemento, se non quelli delle fotografie nelle teche e quelli dei reperti ingialliti e ossidati dall’usura dei deportati e dal tempo. Ma è proprio questa essenzialità a rendere tale opera quanto mai espressiva e intensa.

Il tema della prima sala è la spersonalizzazione dell’essere umano, della seconda i simboli della detenzione nei lager, la terza (che contiene un’opera di Picasso) parla del viaggio verso la Germania, la quarta dello sterminio, fino alla dodicesima sala − la penultima oggi − legata al sistema concentrazionario europeo. La tredicesima sala è priva di qualsiasi allestimento e costituisce indubbiamente l’ambiente con il più alto impatto emotivo. Sulle parti sono stati graffitati i 14.314 nomi dei perseguitati politici e razziali e dei deportati italiani.

Quattordicimilatrecentoquattordici.

Nel silenzio e nella severità di questi ambienti i nomi sulle pareti sembrano osservarti.

Un museo semplice ma solo in apparenza, il cui tempo di visita sembra essere scandito solo dal proprio respiro. Una semplicità che nasconde una grande complessità e uno studio meticoloso, che conduce in modo spontaneo e del tutto involontario alla ricerca del proprio silenzio interiore e di un momento di solitudine, in cui la mente e il cuore vengono completamente assorbiti dal contesto in cui si è immersi.