Gelso Bianco

Copertina tratta dal sito dell’editore
di Andrea Oldani
di Rosa Kwon Easton
Giunti editore, 2026
Gelso Bianco è un romanzo storico ambientato tra Corea e Giappone tra il 1928 e il 1943 e si basa sulla rielaborazione delle vicende della famiglia dell’autrice. La protagonista Miyoung, la nonna di Rosa Kwon Easton, è al centro di un racconto avvincente di identità di genere e di emancipazione femminile, nel contesto storico dell’occupazione coloniale giapponese della Corea, tra il Primo Dopoguerra e la Seconda Guerra Mondiale. Il Giappone, dopo la Guerra con la Russia del 1905, aveva trasformato la Corea dapprima in un protettorato per poi occuparla attraverso l’istituzione del Governatorato Generale di Corea (1910). Il dominio giapponese si contraddistinse per un progressivo ammodernamento del paese, finalizzato unicamente agli scopi espansionistici nipponici, arrivando a sfruttare i coreani e a deportarli negli altri possedimenti del Pacifico. Ogni tentativo di ribellione o di dimostrazione pacifica da parte dei coreani veniva represso nel sangue. La storia di Miyoung inizia in un villaggio nei pressi di P’yongan nel 1928 quando, per sfuggire all’indigenza e a un matrimonio combinato e per proseguire gli studi, coglie l’occasione per raggiungere la sorella in Giappone, a Kyoto.
Qui Miyoung si scontra con la realtà della comunità coreana che vive ghettizzata in quartieri fatiscenti e viene impiegata in lavori poco remunerativi senza quasi mai avere la possibilità di far carriera o accedere a salari più dignitosi. Anche se emarginati, i coreani si sforzano di mantenere identità, lingua e tradizioni. Frequentando la scuola, Miyoung sperimenta di persona questo conflitto, essendo posta dinanzi alla scelta se mantenere la sua origine coreane ostentando il suo nome di battesimo o cercare di integrarsi adottando un nome giapponese. Tra le prime parole imparate da Miyoung c’è infatti Chōsenjin, termine dispregiativo usato dai giapponesi per indicare gli immigrati coreani. Lontana dalla madre, Miyoung trova conforto presso la sorella, che la introduce nella locale comunità coreana e nella piccola comunità religiosa cristiana di Kyoto, dove però la situazione non migliora, a seguito dell’inasprirsi delle condizioni di vita per gli immigrati coreani: dalle difficoltà a trovare lavori qualificanti negli uffici di collocamento, all’obbligo di girare sempre con i documenti di identità sino alle limitazioni alle forme di aggregazione sociale e religiosa. La determinazione e il coraggio di Miyoung le permettono di ritagliarsi un’occupazione di prestigio nella società giapponese e ciò le da modo di unire i suoi sforzi a quelli di altri suoi connazionali impegnati a livello legislativo e politico per migliorare le condizioni di vita dei coreani. Le scarse conquiste sociali vengono, poi, spazzate via dal bellicismo della seconda metà degli anni Trenta, con le campagne giapponesi di espansione in Manciuria e poi con la Seconda Guerra Sino-Giapponese del 1937. L’obbligo di partecipare alle parate dell’esercito, di fornire supporto alle forze armate, l’imposizione dello shintoismo e, più in generale, di un militarismo di Stato indurranno Miyoung a valutare il ritorno in patria. Il contatto con la natia Corea è il fil rouge del romanzo che si mantiene grazie all’espediente del rapporto epistolare con la famiglia d’origine che è rimasta a P’yongan.
Il pregio di questo romanzo è sicuramente quello di avere un ritmo serrato e avvincente. La scelta del titolo rimanda all’albero di gelso sul quale la protagonista si arrampicava da piccola nel giardino della casa in Corea. Ho apprezzato davvero il lavoro di ricerca effettuato dall’autrice che intreccia le memorie familiari della nonna e del padre, con quelle di altri immigrati coreani e con le fonti storiche dell’epoca. L’autrice non entra troppo nel dettaglio circa l’utilizzo delle fonti, ma è evidente che le fonti orali siano il tipo di fonte prevalente. L’autrice stessa dichiara nelle note che ha attinto alle registrazioni dei racconti della nonna, dei ricordi del padre e di aver anche viaggiato in Giappone per intervistare i sopravvissuti della comunità coreana, i cui resoconti sono stati utilizzati per ricreare il contesto generale delle condizioni degli immigrati. Il risultato è un romanzo storico credibile, dettagliato e che offre uno spaccato unico su una tematica poco nota alla maggior parte dei lettori nel contesto dei drammi della prima metà del Novecento. L’autenticità del racconto permette al lettore di immergersi nel contesto sociale e di respirare l’atmosfera dell’epoca, oltre agli stati d’animo della protagonista.