Ikusagami – Last Samurai Standing

#popreview, Le opere del 2025, serie TV

Immagine Netflix

di Andrea Oldani

“Ikusagami – Last Samurai Standing”
(2025, di Michihito Fujii)

Ikusagami – Last Samurai Standing è stata da molti presentata come lo Squid Game giapponese in kimono e katana, ma è davvero così? Il contesto storico è quello del Giappone dell’epoca Meiji (1868-1912), ovvero il periodo della restaurazione del potere politico dell’Imperatore a seguito della caduta dello shogunato Tokugawa e che si caratterizzò per l’occidentalizzazione e l’ammodernamento del paese. La storia è ambientata nel 1878 e inizia nel tempio Tenryuji di Kyoto, punto di incontro per 292 ex samurai[1] che partecipano al gioco di sopravvivenza Kodoku. L’obiettivo è partire da Kyoto e raggiungere Tokyo seguendo l’antica via posta del Tokaido: solo un fortunato samurai potrà aggiudicarsi il premio di 100.000 yen messo in palio dall’organizzatore del gioco, ma per farlo dovrà uccidere tutti gli altri concorrenti. Nel frattempo, a Tokyo, il ministro dell’interno Okubo Toshimichi e il capo della polizia Kawaji Toshiyoshi sono in allerta per via di segnalazioni di scontri tra ex samurai a Kyoto e temono che ciò possa dar vita una nuova rivolta.

La sensazione restituita dalla prima stagione è che Last Samurai Standing sia ben più di un semplice remake giapponese di Squid Game. Si tratta di un tentativo creativo estremo (il Kodoku non fu infatti mai organizzato) di mostrare un momento di svolta della società giapponese, la cui eco ci rimanda criticamente a L’ultimo Samurai di Edward Zwick con Tom Cruise (2003). La serie racconta di vicende che si collocano a distanza di pochi anni dagli eventi narrati nel film di Zwick: in questa fase il governo centrale giapponese ha di fatto consolidato il suo controllo sul paese mentre gli Zaibatsu[2], liberi dalle angherie dei signori feudali, hanno monopolizzato l’economia. La produzione Netflix ci mostra quindi una cesura politica netta e radicale tra una nuova e una vecchia classe dirigente dove la prima, più favorevole all’ammodernamento, sostituisce la seconda, più tradizionalista e isolazionista. In realtà tra le due esisteva maggiore continuità di quanto non traspaia dalla serie, basti pensare al fatto che diversi ministri e governanti del periodo Mejii avevano avuto essi stessi un passato da samurai[3]. La classe dirigente resta essenzialmente la stessa, pur sperimentando uno scontro interno tra visioni divergenti sul futuro del Giappone e sarà questa medesima classe dirigente, che si riorganizza dopo il crollo dello Shogunato e il cambio di rotta di fine Ottocento, a orientare le sorti del paese fino agli anni ’40 del Novecento.

Last Samurai Standing è dunque sicuramente una di quelle serie TV da recuperare per tutti, proprio per la capacità che ha di mostrare un Giappone in trasformazione, che sta voltando pagina rispetto al passato feudale e che sta cercando di modernizzarsi in tempi rapidi, con conseguenze e contraddizioni tangibili già nel contesto sociale dell’epoca.

 


Note:

[1] I samurai che non vollero adattarsi al nuovo ordinamento si trovarono ai margini della società nipponica. Diversi di loro decisero di non arrendersi e dare vita ad alcune rivolte; tra queste le più importanti furono quelle di Saga (1874) e di Satsuma (1877).

[2] Famiglie di banchieri-imprenditori giapponesi che assunsero un ruolo fondamentale nell’economia del periodo Meiji. Al vertice dell’organizzazione si trovava una società a conduzione familiare le cui attività, unitamente a quelle delle succursali, venivano finanziate da una banca di proprietà della medesima famiglia. Tra i clan più importanti troviamo Mitsubishi, Mitsui e Sumitomo.

[3] I ministri Okubo e Kawaji, per esempio, erano ex samurai.