Il mondo segreto dei pirati

#popreview, serie TV

Immagine tratta dal sito Netflix

di Eleonora Moronti

“Il mondo segreto dei pirati”
(2021)

“Una nave è questo in realtà: non è solo una chiglia, uno scafo con un ponte e le vele…. Sì, la nave è fatta così… ma ciò che una nave è- ciò che la Perla Nera è in realtà- è libertà.”

Parola di Capitan Jack Sparrow (Johnny Depp) protagonista del celebre blockbuster Disney Pirates of Caribbean (2003- in corso) nonché figura massimamente popolare tra le ultime reincarnazioni fictional del mito del pirata alla ricerca della libertà, conquistata a colpi di violente scorribande a bordo del suo vascello, ai confini della realtà ma anche dell’accuratezza storica.

“Libertà” è in effetti un concetto che funge da architrave- o sarebbe più appropriato dire da albero maestro- nella docu-serie prodotta da Netflix Il mondo segreto dei pirati (2021)[1]. Lo show, suddiviso in sei episodi, racconta della cosiddetta Repubblica dei Pirati di Nassau (New Providence, Bahamas). Si tratta di una comunità attiva agli inizi del XVIII secolo e fondata su un modello egalitario, messo a punto da pirati ed ex corsari, alcuni dei quali precedentemente impiegati dalla Royal Navy britannica, nella sua competizione con la corona spagnola per la conquista della leadership dello spazio atlantico. Al pari di altre produzioni Netflix che fondono drama e documentario, Il mondo segreto dei pirati, cerca di abbattere il regime concorrenziale tra l’indagine storica e la ricostruzione cinematografica, in una fusione tra generi che alterna contestualizzazione ed entertainment.

La Repubblica viene così raccontata come il prodotto di una serie di  azioni individuali intraprese da alcuni tra i più noti pirati della storia: c’è l’inglese Benjamin Hornigold, una sorta di padre nobile della Repubblica; Henry Jennings, il cinico corsaro- possidente terriero che rinegozia continuamente il suo ruolo al confine tra legale e illegale; Samuel Bellamy, il “Robin Hood dei mari”, l’anti-schiavista che si dà alla pirateria per amore; l’irlandese Anne Bonny, alla ricerca di un percorso di emancipazione proto-femminista e, naturalmente, colui che più di tutti ha segnato l’immaginario collettivo sul pirata, con le sue rocambolesche avventure: il tormentato ed eccentrico Edward “Barbanera” Teach. Ciascuno dei protagonisti diventa parte di una biografia collettiva attraverso cui si vuole indagare l’origine delle organizzazioni democratico-egalitarie, a partire dalle esperienze proto-illuministe.

La docu-serie si confronta con i dettagli (reali, presunti o totalmente fantasiosi) su cui si costruisce l’archetipo romanzesco del pirata, con cui lo spettatore può avere più o meno familiarità, tentando di riadattarli e trasformarli in possibili spinte nella lotta per l’autoaffermazione. Non sempre questa operazione di ricucitura risulta scorrevole e l’aspetto della fiction sembra prendere il sopravvento. Gli stilemi hollywoodiani restano infatti dominanti, mentre si sacrifica lo spazio della ricostruzione del background socioeconomico, che pure è presente e affidato all’intervento di storici ed esperti. Si tratta, ad ogni modo, di un prodotto che riesce a raccontare la fluidità dell’iniziativa di singoli- a volte marginalizzati, a volte più organici al sistema- a partire da obiettivi condivisi, in un contesto, quello del mondo caraibico del XVIII secolo, che è profondamente influenzato da dinamiche di tipo globale e in questo può offrire allo spettatore degli spunti utili a considerare la pluralità di fattori e modelli che costruiscono la modernità.

Indipendentemente dall’efficacia e dalla continuità con cui il Mondo segreto dei pirati riesce o vuole fare a meno di stereotipi narrativi, dal suo racconto emerge come la figura del pirata continui ad esercitare una forte attrazione, nell’arte come nell’indagine storiografica. Come scrive l’antropologo David Graeber, infatti, le storie dei pirati “perdurano perché incarnano una visione della libertà umana”[2] che è radicale, potente e utopica- così come la presentava Jack Sparrow, dopotutto- in opposizione alle forme di sfruttamento. Finché queste continueranno ad esistere “noi continueremo a fantasticare sui bucanieri”[3] e voler sentire le loro storie, in forme che siano sempre più accattivanti, coraggiose e approfondite.


Note:

[1] Titolo originale: The Lost Pirate Kingdom.

[2] David Graeber, L’Utopia Pirata di Libertalia (2020) (ed. or. Pirate Enlightenment or The Real Libertalia: Buccaneers, Women Traders, and Mock Kingdom in Eighteenth Century Madagascar) Milano: eléuthera, 2021, p. 26.

[3] David Graeber, ivi, p. 27.