Norimberga

Locandina del film tratta dal sito IMDb
di Francesco Bastoni
“Norimberga”
(2025, di James Vanderbilt)
L’unico indizio su cosa l’uomo farà è ciò che l’uomo ha già fatto.
Robin George Collingwood
Il film Norimberga (2025) diretto da James Vanderbilt esplora le macerie morali e psicologiche del secondo dopoguerra. Ambientata nel maggio 1945, la pellicola narra l’arresto di Hermann Göring e gli altri gerarchi nazisti fino al il complesso sforzo degli Alleati per istituire un tribunale senza precedenti. Al centro della narrazione non vi è solo la cronaca processuale, ma il duello psicologico tra Göring e lo psichiatra Douglas Kelly, incaricato di sondare la mente dei nazisti prima che la storia emetta il suo verdetto definitivo.
Uno dei temi centrali del film è il passaggio dal “vuoto legale” alla codificazione di crimini contro l’umanità e contro la pace, mettendo le basi per il diritto internazionale. Inoltre, con la provocazione filosofica sulla forza che si fa diritto, si pone un interrogativo etico cruciale: si tratta di vera giustizia o di mera “giustizia dei vincitori”? L’opera riflette sulla banalità del male, rappresentando i gerarchi non come mostri ma come esseri umani che hanno scelto di abdicare alla propria coscienza. L’uso di scioccanti immagini d’archivio dei campi di sterminio funge da atto di memoria necessaria, ricordando che il male è una possibilità sempre presente nell’agire umano e quasi intrinseco ad esso. Le critiche sollevate da Göring sull’uso della bomba atomica americana, fanno interrogare lo spettatore sul fatto che nessuna nazione sia immune dal commettere atrocità in nome di un fine superiore.
Tra gigantismo e introspezione Vanderbilt dirige un’opera sospesa tra il dramma solenne e il cinema “popcorn” hollywoodiano e che avrebbe probabilmente beneficiato di una maggiore gravitas nella regia. Russell Crowe offre un’interpretazione monumentale nei panni di Göring, dominando la scena con un cinismo intimidatorio e una fisicità ingombrante. Fa da contraltare Rami Malek che conferisce a Kelly un’aria di intensa devozione etica, in una prova che a tratti risulta tuttavia “macchiettistica”. Notevole è la performance di Michael Shannon, nei panni del rigoroso giudice Jackson, convincente il cameo di Giuseppe Cederna nel ruolo di Papa Pio XII.
Vanderbilt riesce nell’intento di trasformare un processo storico in un thriller psicologico che parla direttamente alla contemporaneità. Sebbene presenti alcune inesattezze storiche e uno stile a tratti patinato, il film brilla per la capacità di rendere umani personaggi disumani e per la forza e incisività dei dialoghi, che fungono da monito contro l’eterno ritorno nicciano degli errori umani. Come un prestigiatore che svela il trucco senza però annullarne il fascino, il film ci mostra che il male non ha bisogno di entità soprannaturali, ma solo di uomini fedeli a un’ideologia fino all’abisso.